mercoledì 18 aprile 2018


INTERVISTA PER LA RIVISTA "CALABRIA NOI NEL MONDO"
(a cura di Flaviano Garritano)

Di recente avete realizzato un film sulla brigantessa Maria Oliverio alias Ciccilla, chi era? perché avete dedicato particolare attenzione a questo soggetto e non ad altri? Forse perché era del suo paese oppure questo personaggio riesce a rappresentare meglio questo fenomeno del brigantaggio.
Il motivo principale è quello di far conoscere un pezzo della nostra storia dei Casali che a quel tempo era molto nota e di cui se ne era persa la memoria fino al 2000. Anche noi recentemente, con incredulità, abbiamo scoperto che la storia di Ciccilla e di Pietro Monaco, all'epoca quando fu catturata e condannata, era conosciuta in tutta Europa. Conquistò le prime pagine di tutti i giornali non solo italiani, ma anche le prime pagine dei più venduti giornali francesi (come le Journal Illustré – una  sorta di precursore della Domenica del Corriere)  o inglesi (come il Manchester Post). E poi c’è Alexandre Dumas: chi si aspettava che la storia di un brigante e di una brigantessa casalini fosse raccontata sul “L’indipendente” in 7 puntate (tutte in prima pagina) dal più celebre dei romanzieri di ogni tempo. Mai, dopo di allora, i Casali di Cosenza ebbero un tale spazio sulla stampa.
Inoltre Ciccilla affascina perché è una di noi. Una persona normale, rappresenta una donna che viene travolta nel vortice sanguinario e corrotto del marito. Era assolutamente lontana da ogni violenza. Era molto povera, una cattolica praticante, buona, bella, spesso vittima delle violenze del marito. Così viene descritta dalle vicine di casa nei processi.
Dalle ricerche successive si intuiscono una serie di cose che ce la rendono ancora più simpatica. Probabilmente non riusciva ad avere figli. Un’onta per quei tempi. Tradita dalla sorella che viveva senza marito con tre bambini. Il sospetto che fossero i figli di Pietro Monaco è fondato perché il marito di Teresa non c’è, viveva da anni in Sicilia, lontano. E poi quel triste contratto firmato davanti al notaio Alfonso Gullo, tra il padre di Ciccilla e Pietro Monaco in cui, vista l’estrema povertà, il padre impegna la casa se entro cinque anni non riesce a pagare 100 ducati di dote.
Colpisce anche come l’esasperazione possa trasformare una persona normale in una sanguinaria brigantessa, una cavallerizza, una persona capace di rubare, uccidere, ricattare, sparare.
Quando l’associazione Prometeo88 mi propose di girare un film mi sembrava di realizzare un sogno. Come se dovessi materializzare quello che avevo solo immaginato. Accettai subito e stesi in poco tempo la prima sceneggiatura che fu necessariamente e concordemente stravolta dagli altri registi costretti a stare con i piedi per terra per l’esiguità del budget.
Peppino Curcio, storico, ha scritto molti libri e articoli sui briganti, ma da dove ha tratto questa passione per questi "briganti casalini"?
Chiariamo subito, sono laureato in Scienze Politiche e l’indirizzo di laurea non è quello storico, ma politologico. Ma già la mia tesi in Scienza dell’Amministrazione mi offrì la possibilità di un approfondimento storico che mi appassionò.
Contemporaneamente alla tesi aiutai mio zio, Pietro D’Ambrosio, a scrivere il suo libro sul brigante Pietro Monaco e sua moglie Ciccilla. Con mio zio è arrivata la passione per la ricerca storica e la conoscenza delle nostre radici. Ovvero guardare gli eventi storici ribaltando il modo di leggere la Storia partendo non dai grandi eventi, ma dalla nostra storia. L’unità d’Italia, i mille, il 1848, Napoleone, il risorgimento, la resistenza, il fascismo. Tutti macroeventi che se osservati da Cosenza o dai Casali o addirittura da casa mia, assumono un altro fascino e tutto diventa decisamente meno noioso.
Non ho poi scritto “molti” libri, appena due, o forse uno, perché il secondo, “Briganti casalini” si integra ed è un antefatto del primo.
Ma per scrivere “Ciccilla. Storia della brigantessa Maria Oliverio del brigante Pietro Monaco e della sua comitiva” ho dato l’anima. Ho frequentato., in circa 10 anni, e per decine di volte l’Archivio Centrale dello Stato di Roma, gli Archivi di Stato di Napoli (spesso anche inutilmente), Cosenza e Catanzaro; la biblioteche Nazionali di Napoli e Cosenza, la nostra Biblioteca Civica; anche l’archivio dello Stato Maggiore dell’Esercito ho frequentato molto spesso. Devo dire che se non avessi avuto la passione per la storia e l’indispensabile entusiasmo per la ricerca non avrei mai potuto mettere insieme l’enorme mole di foto digitali di fonti documentarie e riuscire a fare la sintesi che il mio libro rappresenta.
In particolare, chi erano questi "briganti casalini"?
L’aggettivo casalini, riferito ai briganti dei casali di Cosenza, non è inventato, ma l’ho spesso incontrato negli interrogatori dei processi. E’ curioso che questa identificazione precisa veniva da testimoni che provenivano da Acri, Luzzi oppure da Rogliano, ovvero appena fuori quel circuito di paesi che sono intorno a Cosenza, in particolare quelli che hanno alle spalle la Sila.
Nel libro “Briganti Casalini” si raccontano due vicende. Una è un antefatto del libro Ciccilla che approfondisce la storia della vittima di Ciccilla: la sorella Teresa. e scopro i motivi dell’odio che la portano a uccidere.
Alla seconda storia ho voluto dare per titolo il soprannome di una vittima dei briganti che spesso non vengono messi nella giusta luce: Pagacota. La vicenda è dedicata a uno dei briganti più violenti, Vincenzo Marrazzo Esposito. Si racconta la storia di un omicidio avvenuto prima che il brigante entrasse nella banda Monaco.
E’ interessante perché, in entrambe le storie, gli intrallazzi del potere che portano all’assoluzione dei colpevoli sono talmente evidenti e palesi da essere paradigmatici del clima che si respirava quando si unì l‘Italia e quanto erano condizionati quei giudici dei palazzi della giustizia di Cosenza e dei suoi casali.
Leggendo i suoi libri, frutto di meticolose ricerche, sembra di rivivere quei periodi ma vorremmo capire : Lei da che parte sta
La sua non è una domanda lecita, rappresenta quello che uno storico non dovrebbe mai fare, ovvero guardare un fatto con il metro di una parte politica. Uno storico dovrebbe sforzarsi di guardare in maniera oggettiva quello che le fonti primarie dimostrano. Il vero dramma dell’incomprensione e del mancato approfondimento del brigantaggio è proprio l’esigenza di stare da una parte. Come se si dovesse convincere qualcuno, o se si dovesse andare alle elezioni per votare un filo piemontese o un filo borbonico. Quindi spero di stare dalla parte della Storia e cerco di dare elementi, mostrare documenti e raccontare fatti per capire il brigantaggio e perché è esistito un fenomeno tanto pervasivo, complesso e violento.
Se in qualche tratto del libro posso aver dato una interpretazione di parte spero di averlo fatto in modo palese e chiaro dividendo le opinioni o le ipotesi dai fatti, in modo da lasciare ai miei lettori una libera interpretazione delle fonti documentarie.
Alcuni scrittori descrivono i briganti come eroi altri come feroci assassini; si leggono racconti di rapine, riscatti, omicidi ma la verità dove sta?
Ogni brigante ha la sua storia. Parteggiare per una parte politica provoca proprio quello che la sua domanda sottintende, ovvero considerare tutti i briganti da una stessa parte politica. Questo è palesemente falso. Monaco è prima filo piemontese, poi contro i patrioti e poi per conto suo. Nel suo caso, a seconda del periodo, è piemontese o antipiemontese o del tutto autonomo.
Schiere di neri briganti seguirono i mille, come schiere di briganti seguirono Borges prima che venisse ucciso a Tagliacozzo. Quindi la verità sta nella ricerca e nello studio delle fonti documentarie (come i processi), la verità è che la comprensione di un fatto implica una ricerca, uno studio e un approfondimento prima di dire se un brigante sta da una parte politica o è semplicemente un violento.
Ha dei libri in cantiere per il futuro oltre quelli che mi ha già accennato?
Da quando ho scritto Ciccilla non ho mai smesso di ricercare perché troppo grande è il non conosciuto e il non indagato di questo particolarissimo aspetto della storia cosentina. Con una differenza, rispetto al passato: ho l’aiuto e la collaborazione dell’amico Paolo Rizzuti con il quale condivido la passione, lo studio e la ricerca (e quindi si raddoppia la conoscenza). Con lui ho scritto Briganti Casalini e con lui scriverò il secondo volume e spero pure un terzo.
Il prossimo libro riguarda personaggi di quel periodo le cui storie chiariscono proprio quel che si è detto circa il parteggiare per una parte politica. In particolare il libro porrà l’attenzione verso un prete patriota e un parroco filoborbonico dei quali ho accennato in una scena del film Ciccilla.
Il primo è Don Michele Leonetti, patriota già vittima dei briganti, che segnala al maresciallo Fumel e fa arrestare 50 briganti di Serra Pedace, per questo verrà barbaramente ucciso con una fucilata in bocca da tre dei briganti che denunciò.
Il Parroco è, invece Don Bartolo D’Ambrosio un personaggio davvero sui generis. Rigidamente filo borbonico e antiunitario fu protagonista nel 1848 delle occupazioni delle terre in Sila (località Carlo Magno) usurpate dal barone e patriota Berlingieri. Comico e originale il suo atteggiamento politico durante il plebiscito del 1860 e le sue scaramucce con il patriota e garibaldino Giovan Battista Adami (una storia alla Guareschi, ma 100 anni prima). All’insediarsi del potere dei Savoia e in seguito a una rivolta borbonica fu arrestato e rinchiuso nelle carceri di Catanzaro per un anno, senza processo. Interessanti anche le relazioni con il brigante Giovan Battista Piluso alias Napulione, suo nipote, figlio della sorella Emanuella D’Ambrosio.
Il libro approfondirà anche un altro cruciale periodo. Con Paolo Rizzuti abbiamo approfondito e ricostruito quanto avvenne a Pedace, a Serra Pedace e a Iotta (altro casale dell’antica bagliva di Pedace) durante il cosiddetto “Sacco di Pedace” (così lo chiama un conosciuto saggio dello storico celichese Gustavo Valente) del 1806 e le relative storie brigantesche legate ai personaggi protagonisti di quei lontani eventi: come lo sconosciuto e sanguinario brigante RoccoAntonio De Luca o il celebre brigante (stragista si direbbe oggi) Giacomo Pisano alias Francatrippa (citato da Dumas, da Stendhal, ritratto da una pittrice francese dell’800, e da molti gli storici contemporanei), o come Lorenzo Martire protagonista della reazione borbonica del 1799 e dell’esercito della Santa Fede guidato dal Cardinale Ruffo e della conseguente guerra contro i francesi.
Un terzo libro, ancora nemmeno in cantiere, sarà quello degli ultimi capi briganti casalini: Giovanni Sijinardi di Pietrafitta e Giovanni De Luca di Pedace attivi in un’unica banda dal 1865 fino al 1876 (11 anni !?!). Su questa banda c’è un velo troppo fitto. Pochi processi, si intuiscono gravissime forme di repressione. Eppure è l’ultima banda. Si dice che Giovanni De Luca sia l’unico capo brigante che sia riuscito a scappare alla giustizia e a partire per l’America. Chissà se riuscissi a trovarne una traccia. Rimangono, infine, da indagare meglio i terribili briganti casalini che agirono nel lungo periodo dal 1820 al 1850. Dei briganti di questo lungo periodo conosciamo meglio Giosafatte Talarico perché ne parlò Nicola Misasi anche lui di Parenti come il brigante, ma c’erano tanti altri capi briganti ben più feroci e con più lunga carriera criminale: Magarò di Spezzano Grande (oggi “della Sila”), Papaianni di Serra Pedace, Coscarella alias Palumbo di Torzano (oggi Borgo Partenope), ecc ecc ecc. Tanti, troppi.
Quando è iniziato il fenomeno del brigantaggio e da chi è stato promosso o istigato nelle nostre terre?
Dumas, che conosce bene proprio i briganti casalini, dice che il fenomeno è endemico. Una grave affermazione, ma vera. Vuol dire che in ogni età qui ci sono stati briganti che in ogni tempo hanno condizionato il potere e le comunità di appartenenza. Un recente e bel libro “Il prefetto e i briganti” di Giuseppe Ferraro si fa una descrizione del paesaggio dei casali visto dal Prefetto Enrico Guicciardi. Accanto alla incredibile cura e bellezza dei luoghi, segnala il terribile clima di violenza al punto che le donne camminavano “attaccate” ai mariti per paura che subissero violenza.
C’è anche una celebre immagine nella Poesia di Padula “La notte di Natale” che descrive la Madonna nell’atteggiamento che Guicciardi descrive. La poesia dice “… toccapiedi allu vecchiottu, ppe lla strada spara e scura …” vuol dire che la Madonna veniva protetta da San Giuseppe camminandogli così vicino tanto da toccare con i suoi passi i piedi dell’uomo. Un clima di estrema violenza quotidiana generata da una condizione semplice per chi delinque: l’estrema facilità di sfuggire alla espiazione della pena. Avere un territorio alle spalle immenso e lontano da ogni comunicazione stradale aiuta non solo la latitanza, ma anche la nascita e la crescita del fenomeno del brigantaggio. Come lo stesso Misasi ci fa capire nel suo libro su Giosafatte Talarico i briganti latitanti hanno relazioni stabili con il potere e la comunità d’appartenenza anche per il semplice fatto che “gestivano” l’uso della forza in un territorio.
Restando su Padula, sul giornale da lui diretto, “Il Bruzio”, si chiese e scrisse come mai Francesco Martire (a quel tempo amministratore dei beni del barone Berlingieri e direttore del giornale “Cronache di Calabria” e negli anni successivi sindaco di Cosenza e ministro) non avesse mai subito un’aggressione, un furto, uno screzio da parte del brigante Pietro Monaco. Per questa “illazione” subì un processo per calunnia e dovette chiudere “Il Bruzio”. Ma aveva ragione da vendere.
L’endemicità crea una serie di condizioni di convivenza, di interrelazioni tra la comunità e chi è bandito, brigante o “fuoriuscito” (termine con cui efficacemente venivano chiamati i briganti). Sappiamo che erano i briganti a portare il santo patrono nelle processioni, che la Madonna del Carmine era la loro protettrice, che alcuni mestieri come il carbonaio comportava relazioni molto strette con i fuoriusciti (e questo spiega perché a Serra Pedace, paese con molti carbonai, ci fossero molti briganti). Un'altra conseguenza dell’endemicità del fenomeno sono le relazioni parentali tra briganti: si sposavano tra di loro. Ho ritrovato, addirittura, una lontana relazione parentale tra Giacomo Pisano Francatrippa e Pietro Monaco. Come appare curioso che il vestito dei briganti fosse nero, uguale nei decenni, come una divisa (e questo sì, vale per tutti i briganti), ci si vestiva da briganti. Discorso da approfondire riguarda gli “stili”, cioè i pugnali dei briganti, alcuni indizi portano a credere che erano distinti a seconda dell’importanza del brigante all’interno della stessa banda.
Oggi, sorge spontaneo a noi lettori chiederci se questo fenomeno si sia esaurito o ha cambiato nomi e vesti storiche?
No. Non c’è nulla di simile oggi. Credo che il brigantaggio sia stato un fenomeno che si è ancora lontani dal coglierne la portata. Erano in relazione con il potere e nello stesso tempo lupi, uomini con una relazione simbiotica con la natura, le montagne e il paesaggio. Il romanticismo/verismo con cui Nicola Misasi guarda ai briganti è più che giustificato, pur se non ha nulla di storico. Per in grande scrittore (aspetto una sua rivalutazione) la Sila senza i briganti era come la notte senza le stelle. Misasi considerava i briganti dei Robin Hood si sforzava di trovare angoli di bontà inventandosi storie inverosimili. Forse le organizzazioni mafiose si avvicinano a quel mondo quando in alcune zone, come i briganti, hanno il monopolio dell’uso della forza e della violenza in sostituzione dello Stato. Ma nulla di paragonabile.
Chi vuole conoscere e studiare questo periodo storico da dove può iniziare i suoi studi?
Credo che pochi siano i libri che possano aiutare davvero a capire. Le cosa da esplorare sono troppe. Consiglio un semplice manuale di Storia che inquadri il periodo e che dia le basi su come ricercare per capire cosa sono le fonti primarie e quelle secondarie e che cos’è la Storia.
Se lo studioso è calabrese gli chiederei di partire dal suo cognome o dal cognome della madre, delle nonne e dei nonni e cominciare a indagare se tra i propri parenti ci siamo briganti o vittime di briganti. Poi andrei all’archivio di Stato di Cosenza o di Catanzaro (il fondo dei processi si trova a Lamezia Terme) e cercherei delle corrispondenze nelle banche dati (digitali o cartacee) che gli archivi forniscono. Moltissimi troveranno che i propri parenti furono coinvolti in vicende brigantesche. Poi lasciare le curiosità invada i loro cuori. Agli altri consiglio di approfondire la storia di un qualsiasi capo brigante e ricercare, leggere e trascriverne i processi e cominciare dai fatti descritti a indagare tutte le relazioni possibili soprattutto con il territorio, i potenti del tempo, le case dove abitava, i luoghi dove furono commessi i delitti e squarciare sempre più quel velo che si sta aprendo sempre più.
Le pongo un'ultima domanda . Mettiamo il caso che Lei domani mattina si alza e si trova nel 1860, nel mezzo di una battaglia tra i Borbone e i Savoia: quale brigante vorrebbe essere, perchè in fondo penso si sente anche tale oggi, e chi difenderebbe o meglio chi combatterebbe?
Da quanto ho detto fin ora avràcapito che non ho trovato briganti buoni con cui identificarsi. Ma tra i tanti uno che mi è sembrato il più simpatico è un prete di Perito, si chiamava Raffaele De Marco, che nel 1848 per stare dalla parte dei contadini e per l'unità d'Italia, si spoglia della tonaca, si veste da brigante e, al suono del tamburo, alla testa di 200 pedacesi occupa le terre a Lorica, proprio dove oggi c'è il lago Arvo.

giovedì 15 febbraio 2018

Intervista a Peppino Curcio sul libro Ciccilla

Quattro chiacchiere con...

Libera discussione con Peppino Curcio scrittore, storico ed autore del libro "Ciccilla", storia della brigantessa Maria Oliverio e della sua Banda. I risvolti storico-politici illustrati dall'autore.
Intervista di Francesco Marano.

D:Come nasce Ciccilla?

R:Ciccilla nasce, come ho scritto nell’introduzione al mio libro, dalla prosecuzione del lavoro di ricerca iniziato da mio zio Pietro D’Ambrosio. Una ricerca che aveva coinvolto e appassionato anche me. Mio zio aveva ritrovato una serie di interessantissimi indizi riguardanti la banda di briganti capeggiata da Pietro Monaco e su Ciccilla.
Il lavoro di ricerca di mio zio si svolse soprattutto nell’Archivio di Stato di Cosenza (che aveva riordinato a quel tempo solo i documenti provenienti dalla Prefettura, ma non gli atti dei processi), su alcuni giornali dell’epoca e su fonti tramandate oralmente nel suo paese, Serrapedace, paese di residenza della gran parte dei componenti della comitiva di briganti.
Mio zio non aveva potuto consultare due opere di approfondimento, perché postume alla sua ricerca. Si tratta di strumenti importantissimi e indispensabili per chiunque voglia fare studi su questo argomento: i volumi sulle “Fonti per la Storia del Brigantaggio post-unitario conservate nell’Archivio Centrale dello Stato – Tribunali Militari Straordinari” a cura di Loretta De Felice (tra l’altro, l’autorevole autrice, che sfoglia migliaia di processi di briganti da lei riordinati, concentra la sua attenzione proprio su Ciccilla - si veda a tal proposito la nota a pagina 42 del mio libro e la pagina 449 dei suoi volumi) e il volume, uscito nel 2004 a cura di Flavio Carbone, sulle fonti documentarie provenienti dall’Archivio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito. Il mio lavoro di approfondimento inizia da queste due opere che individuano le fonti primarie che si trovavano a Roma e poi prosegue a Napoli presso l’Archivio di Stato in via Egiziaca a Pizzofalcone e presso la Biblioteca Nazionale nella sezione Lucchesi Palli dove ho scoperto gli articoli di Dumas riguardanti Pietro Monaco e sua moglie.
Un altro motivo di interesse verso questa Storia riguarda il paesaggio calabrese. La Storia di Pietro Monaco si conclude nel fondo di un burrone. Una fucilata del suo luogotenente più fidato lo fulmina. La storia orale ha tramandato che Ciccilla tagliò la testa al marito morto per evitare che altri facessero una tale crudeltà, e la bruciò il un castagno monumentale. Sia la casella dove fu ucciso sia il castagno sono poco distanti da una mia piccola proprietà il cui paesaggio intendo valorizzare perché è intriso di altre microstorie interessanti e belle riguardanti altri periodi storici, in particolare: è il luogo dove nel 1943, ancora sotto il regime fascista, fu nascosto da mio padre e da mio nonno, Pietro Ingrao (dirigente politico antifascista e nel 1978 futuro Presidente della Camera dei Deputati, durante il sequestro Moro); inoltre questo paesaggio è poco distante (e meglio conservato) da quello dove scelse di passare gli ultimi giorni della sua vita il più importante di tutti i calabresi, l’Abate Gioacchino da Fiore, morto a Canale di Pietrafitta nel 1203.
Il terzo motivo è la voglia di comunicare agli altri la storia di questa donna così intrigante e complessa. Una storia che è al tempo stesso feroce e delicata, una storia di violenze e di intrighi, ma anche di passioni amorose e di ricatti inconfessabili. Il bene e il male non sono mai da una parte sola. Ogni personaggio del mio libro ha aspetti positivi e aspetti negativi che mette in luce. Somiglia molto a una storia di mafia dei giorni nostri dove il potere costituito viene a patti con il potere criminale.
Ultimo, ma non per importanza è la rivelazione di quanto le mie ricerche hanno fatto venire alla luce dopo 150 anni di oblio, ovvero gli importanti personaggi coinvolti in prima persona in questa vicenda, in particolare, il più noto dei romanzieri, Alexandre Dumas e il patriota ed eroe Giuseppe Sirtori, Capo di Stato Maggiore dei “Mille” di Garibaldi e Presidente della Commissione Parlamentare contro il Brigantaggio, quella commissione che produsse la famigerata Legge Pica.


D:Nel libro si narra la storia di Maria Oliverio, ma il sottobosco di personaggi è notevole. E’ un intrecciarsi di destini che hanno come denominatore unico il solo fenomeno del brigantaggio?

R:No, non solo brigantaggio, sullo sfondo c’è anche la società calabrese (e dei casali di Cosenza in particolare) di quel tempo che fa i conti con l’estrema povertà e un’economia certamente di sussistenza, ma nello stesso tempo variegata e articolata. Nella Storia che racconto c’è una classe contadina consapevole dei propri diritti che rivendica gli usi civici delle terre silane. I briganti di Serrapedace sono tutti dei carbonari che fruiscono dell’uso civico del legname, configgono con uno dei protagonisti dell’avanzata di Garibaldi, ovvero, occupano la difesa del barone Guzzolino, vicinissimo al Governatore Morelli, ritenendola una terra usurpata agli usi civici degli abitanti dei casali. L’ispiratore (ma non attore protagonista) di questa rivolta è il prete Bartolo D’Ambrosio il quale fu arrestato e detenuto senza processo per oltre un anno, la causa in appello de parroco, dichiaratamente filo borbonico, fu la prima a essere istruita della neonata Corte d’Appello di Catanzaro. In questo unico caso ho ritrovato una relazione tra la rivolta sociale e politica e il fenomeno del brigantaggio.
Nei miei studi le altre rivolte contadine che avvengono in quel periodo nei casali nulla hanno a che fare con il brigantaggio, anzi ho trovato tra i documenti d’archivio, come accade, ad esempio a Celico e a Rogliano, che in questi luoghi i contadini chiedono alle autorità la bandiera tricolore per portarla alla testa della loro protesta. Un comportamento che sa di eroico e fortemente patriottico se pensiamo alla truffa delle terre promesse da Garibaldi e negate immediatamente dal Governatore Donato Morelli.
Per il resto il fenomeno del brigantaggio in queste contrade, più che una rivolta, appare molto simile al fenomeno mafioso. Gli intrecci con il potere ai suoi più alti livelli coinvolgono direttamente il Governatore e le persone a lui vicinissime, come il rapito Achille Mazzei (fratello del noto patriota Raffaele e figlio di Giuseppe altro martire del Risorgimento morto nei moti dell’Angitola del 1848) che parla del legame con la Banda Monaco nella sua deposizione al processo per il suo rapimento. Dopo una campagna di stampa nazionale (si veda Il Bruzio del 13 aprile 1864. In un breve articolo Achille Mazzei si difende dai sospetti di essere il mandante del mancato rapimento del giudice Nicola Nicoletti facendo riferimento a due articoli: La Borsa del 17 ottobre del 1863 e Il Contemporaneo di Firenze del 18 marzo del 1864 che accusanAchille Mazzei di essere coinvolto nel tentativo di rapimento del giudice Nicola Nicoletti.

D:Dalle risposte che mi dai e che non ritrovo nel tuo libro deduco che le tue ricerche sono continuate.

R:Sono continuate e continuano: è come un virus che mi ha colpito indelebilmente. Ho scoperto nuovi intrecci, soprattutto riguardanti il periodo che va dal passaggio di Garibaldi al maggio del 1862, quando il fenomeno del brigantaggio ha altri protagonisti e altri obiettivi.

D:Credi che Giuseppe Garibaldi nella sua avanzata nel territorio calabrese ebbe vita facile? Fu favorito da facili promesse mai mantenute? Il Brigantaggio aveva legami con i borboni?

R:Garibaldi ebbe la strada spianata da decenni di attività antiborbonica nella provincia di Cosenza. Mi riferisco soprattutto alle rivolte del 1848 scoppiate in ogni angolo della provincia o alla rivolta di Cosenza del 1844 e al successivo eccidio dei Fratelli Bandiera. O alle imprese dei singoli patrioti che immolarono le loro vite in imprese coscientemente impossibili, come Giovan Battista Falcone triunviro nella spedizione dei 300 guidata da Pisacane o Agesilao Milano che cerca di uccidere il re borbone nel bel mezzo di una parata militare.
Si deve aggiungere una intensa attività segreta della Massoneria che prepara il campo corrompendo e minando alle radici la fedeltà delle burocrazie amministrative e militari borboniche, che ha come protagonisti, a partire dal 1856, i fratelli Donato, Vincenzo e Carlo Morelli e Raffaele Mazzei.
Il frutto di questa attività fu la battaglia, mai svolta, di Agrifoglio. Mai svolta non perchè non ci furono i presupposti o la voglia di combatterla da parte dei patrioti cosentini. Nei giorni precedenti, quando la forte Armata del Generale Ghio saliva la penisola per meglio rispondere all’avanzata dei mille e per aggregare le truppe di stanza a Catanzaro e Cosenza, la mobilitazione antiborbonica fu davvero straordinaria, documentata da migliaia di adesioni spontanee da parte di ogni ceto sociale. Se si fosse davvero svolta quella battaglia probabilmente si sarebbe comunque vinta.
Ma la vera battaglia si svolse con gli intrighi, i ricatti, i sotterfugi, le prebende e le promesse. La battaglia fu vinta, per usare un eufemismo, “a tavolino”. Ma la resistenza borbonica non scomparve affatto. Anzi. Questa parte di Storia da me approfondita scopre alcune vicende relative a quel che successe negli anni successivi. Come si difese quel potere e le centinaia di personaggi influenti e potenti che erano la “classe dirigente” del sistema di potere borbonico.
Quando nel mio libro faccio un cenno al brigante Leonardo Bonaro, ucciso dai luogotenenti della banda Monaco, scopro solo la punta di un iceberg di quello che fu l’attività filo borbonica in armi che ci fu nella provincia di Cosenza. In questi mesi di ricerche e approfondimenti ho fatto nuove scoperte inerenti quel periodo. Ho già fatto riferimento, nella seconda domanda, all’arresto di Bartolo D’Ambrosio. Aggiungerei il terribile omicidio del prete Michele Leonetti, il quale segnalò a Fumel l’attività della banda brigantesca di Serrapedace e per questo fu barbaramente ucciso nel suo orto di casa con una fucilata in bocca. Interessante il collegamento di questa banda con la più vasta rivolta filo borbonica che vedeva alla testa Padre Clemente da Sersale e che ebbe il suo acme nell’assalto a Figline (piccolo paesino molto vicino a Rogliano, sede del Governatore) come meticolosamente documentato dal processo che ne seguì.
Non riesco, senza essere supportato da un approfondimento adeguato (citando fonti documentarie e fonti secondarie) a continuare a fare affermazioni che potrebbero apparire astruse se non legate al contesto. Spero che io stesso, o altri approfondiscano meglio questi anni decisivi per la formazione dell’Unità italiana. 

Quanto alle promesse non mantenute da Garibaldi o meglio alle promesse fatte ai garibaldini, sarei più cauto. Sicuramente non furono date le terre ai contadini per diritto e questo è un fatto assodato. Ma quanti dei garibaldini che seguirono Garibaldi ebbero un posto di lavoro come guardiano o come Carabiniere? Quanti ebbero favori? Quanti furono successivamente favoriti in vario modo per aver seguito Garibaldi nella sua impresa, a quanti fu data libera opportunità di saccheggio nel corso dell’avanzata verso Napoli? Domande che non troveranno mai facili risposte, ma che devono essere poste perché il tempo degli storici di parte spero sia finito e si possa guardare alla Storia per quella che è, per quanto possibile distinta da opinioni preconcette.

D:Quali sono le attuali ricerche sul fenomeno del brigantaggio che ritieni interessanti e che vuoi comunicarci, anche solo per accenni.

R:Non dico una novità nell’affermare, come ci dice Alexandre Dumas, che il fenomeno del brigantaggio nei casali intorno a Cosenza è endemico. Se questa affermazione risponde al vero la mia curiosità mi spinge a indirizzare le ricerche verso quel che successo prima del 1860 e negli anni successivi al 1864 ovvero dopo la scomparsa della banda Monaco. Infatti, il fenomeno continua, si acuisce e finisce quasi completamente solo intorno al 1873 con la fine dell’ultimo capobanda: Giovanni Sijnardi.
Infine, ho ritrovato, insieme ad altri “interessanti” banditi, come quei briganti di Casole descritti da Dumas e perseguitati fino alla fine del 1859, anche il Generale Borbonico Caracciolo che scende da Napoli preoccupato per l’ordine pubblico di queste contrade.

mercoledì 1 novembre 2017

Un monumento a Pietro Monaco

di     Franco Bifarella

Premessa

Facendo seguito al mio intervento fatto durante il nostro incontro all’ Auditorium Popolare del 29/5/2013, siccome lo stesso è stato disturbato innanzitutto dalla mia incapacità di parlare a braccio per gli incipienti ma ormai continui ammanchi di memoria e poi per la pretesa di Tonino Grano di poter ridurre problemi così complessi e controversi in una sintesi di dieci minuti( fra non molto saremo costretti a misurare i danni arrecati a coloro che usano comunicare e dibattere con estreme sintesi esclusivamente e sconsideratamente solo on line), mi vedo obbligato per concludere e terminare il discorso, a riassumere il tutto e fare alcune proposte operative.
Resta ormai assodato,quanto meno per la Sinistra come documenta ampiamente il libro di Grano, che il fenomeno BRIGANTAGGIO di quell’epoca occore collocarlo più fra gli episodi di ribellione sociale che non in quelli criminali.
Gli autentici episodi criminali, perpetrati lungamente, nel tempo e nello spazio,dai nobili e dai possidenti locali, sono consistiti nell’appropriazione dei terreni demaniali della Sila, destinati da un editto di Carlo D’Angiò del 1333 al solo beneficio delle popolazioni di Cosenza e dei Casali per “USI CIVICI”, vale a dire per l’uso comune e collettivo  per semina, pascolo e legnatico, vitali per le famiglie di quei contadini.
Da sempre la “Sinistra” ha denunciato questi misfatti a parole e per iscritto, buon ultimo il libro di Tonino Grano, senza che da queste denunce teoriche sia mai scaturito qualcosa di concreto. Ma noi, dal punto di vista teorico, già sapevamo da gran tempo che la proprietà è un furto. Il vero problema, di grande attualità, è che tutt’ora questi terreni, quando non sono stati già venduti, risultano ancora di godimento e di “legittima proprietà” di questi rapinatori.
Quando Marx ed Engels nel libro: “India, Cina e Russia”, citatissimo da Tonino Grano, immaginavano e speravano per queste nazioni che  si stavano avvicinando alla modernità, una doppia rivoluzione che permettesse loro, ancora immersi in regimi feudali, di poter evitare e saltare gli orrori della fase capitalistica, e quindi della cruenta fase dell’accumulazione originaria del capitale, tale eventualità non era stata pensata solo in linea teorica ma era rafforzata oltre che dai fermenti della rivoluzione borghese in tutta Europa, anche dalla diffusione in quei grandi e popolosi paesi dei terreni adibiti ad “USI CIVICI”. In Russia il Mir, in India e Cina, i tanti villaggi che non conoscevano la proprietà personale e l’uso privato dei terreni che invece venivano assegnati da un capo-villaggio a rotazione ai contadini che li coltivavano e in qualche modo conferivano alla collettività i prodotti. Il gravissimo delitto compiuto dalla nobiltà contro la nostra comunità fin dalle epoca feudale, poi continuato dalla borghesia nell’epoca sia dittatoriale, sia democristiana i infine anche in epoca socialistoide, non è stato combattuto concretamente da nessun regime e nemmeno dalla cosiddetta sinistra, se non a chiacchiere.
PIETRO MONACO, questo ragazzo di 20 anni, figlio di contadini di Macchia di Spezzano Piccolo, è stato fra i pochi che in forma così radicale e senza compromessi, con un pugno di coetanei, tutti del circondario di Cosenza, ha saputo salvare l’onore e l’orgoglio della nostra gente, da sempre vessata e sottomessa, sconfiggendo sempre in tutte le azioni da lui intraprese, lor signori, facendosi beffa di tutte le loro numerosissime forze armate: Guardia Nazionale, Bersaglieri, Carabinieri Reali e Guardie Private.
       Pietro Monaco ha fatto tremare dalla paura e piangere per i cospicui danni inflitti, quasi tutti i possidenti e nobili della provincia di Cosenza.
       Le implicazioni sociali e politiche delle azioni del giovane contadino sono state ampiamente dimostrate dalle numerose e documentatissime ricerche effettuate da tanti storici e soprattutto da Pietro D’ Ambrosio  con il libro:”Brigantaggio” e con il libro”Ciccilla” da Peppino Curcio. Per quanto riguarda gli aspetti criminali dello stesso, per comprenderli appieno occorre contestualizzarli e rapportarli alle feroci e sanguinose repressioni effettuate sulle nostre popolazioni dalle truppe borboniche, dalle soldataglie piemontesi e dalle stesse bande garibaldine. Se si mettono insieme le stragi e le violenze perpetrati da tutti questi eserciti invasori a danno dalle inermi popolazioni meridionali, le poche uccisioni di Pietro Monaco spariscono.
Il crescendo di violenza e soprusi subiti da Pietro Monaco da parte di tutti i regimi statuali alternatisi in questo periodo nel Meridione d’Italia, lo portarono inevitabilmente all’unica soluzione possibile e praticabile: dichiarare guerra senza quartiere a tutto e a tutti e specialmente ai signorotti, ai ricchi e ai manutengoli locali.
PIETRO MONACO.
Nacque a Macchia di Spezzano Piccolo il 1836 da una famiglia di onesti lavoratori con il padre massaro e la madre filatrice, attività che permettevano loro una vita modesta ma sufficientemente tranquilla e sicura. A dimostrare tale tranquillità resta il fatto che Pietro Monaco, caso raro all’epoca, riesce a frequentare la scuola e ad imparare a leggere e scrivere.
L’infanzia di questi ragazzi, come dappertutto nei piccoli villaggi rurali della Presila cosentina,trascorreva serena, gioiosa e libera, senza la necessità della stretta sorveglianza dei rispettivi genitori in quanto a sorvegliarli c’era l’intero villaggio.
Giovinetto, frequenta moltissimo la Sila insieme al padre per coltivare quei terreni una volta destinati a usi civici comuni e gratuiti, ora concessi a pagamento dai signori locali e insieme agli zii carbonari per imparare ad erigere”cravunere”, fabbriche di carbone di legna, unica forma di energia dell’epoca. Ed infine, Pietro Monaco andava in Sila a caccia e a raccogliere funghi e legna da ardere. Insomma, anche se involontariamente imparando a conoscere i boschi, faceva pratica di brigantaggio perché all’epoca, non c’erano boschi senza briganti e non c’erano brigati senza boschi.
Nel 1855 all’età di 19 anni viene selezionato e richiamato al servizio di leva nell’esercito borbonico. Tale servizio con la sua durata di tre ani era odiatissimo dalle popolazioni contadine perché oltre a togliare loro gli affetti, toglieva una forza lavoro in alcuni casi indispensabile.
Per Pietro Monaco, il passaggio dalla vita bucolica nel piccolo villaggio e nei boschi della Sila alla caserma col suo regime di estrema disciplina e violenza e anche, nei periodi di libera uscita, le frequentazioni nella frenetica vita della metropoli campana, fu drammatico e traumatico anche se, per certi versi, istruttivo.
A Napoli, all’epoca, esisteva una nutrita pattuglia di soldati e studenti universitari cosentini che frequentavano e animavano la vita anche culturale cittadina. Tra questi giovani oltre a ferventi patrioti cominciavano a circolare anche le prime idee ed i primi movimenti anarchici e socialisti.
Pietro Monaco conobbe e frequentò, anche perché arruolato nel suo stesso battaglione, l’anarchico Ageslao Milano compaesano di San Benedetto Ullano.
Questi si era arruolato con il preciso proposito di attentare alla vita di re Ferdinando II. Così nel 1856, durante una parata militare a Napoli, l’anarchico esce dai ranghi, sfodera la baionetta e sferra due colpi al re senza però ucciderlo. Pietro Monaco ebbe modo di assistere da vicino a tutta la scena. Ageslao Milano dopo pochi giorni fu processato e impiccato. Un’altra esperienza ancora più drammatica Pietro Monaco la visse a proposito  della spedizione di Sapri di Carlo Pisacane. Fra gli organizzatori di questa avventura, c’era anche il nostro Giovan Battista Falcone di Acri.
Scopo della spedizione era la sollevazione dei contadini meridionali contro il regime borbonico e contro l’oppressione sociale di quelle popolazioni. Sia Pisacane che Falcone erano animati da idee socialiste. Il governo borbonico, avvertito dei fatti, organizzò una controreazione degli stessi contadini del luogo, spedendo anche un plotone di soldati fra i quali c’era il nostro amico Pietro Monaco.
Come è risaputo, lo scontro finì miseramente per i cospiratori. Prima ancora che l’esercito borbonico arrivasse, i contadini organizzati e aizzati dai preti che avevano avvertito gli stessi dell’arrivo di presunti briganti, fecero strage dei rivoltosi i quali militarmente impreparati, male armati e forse senza nemmeno la volontà di combattere contro coloro che erano venuti a liberare, perirono miseramente.
Pietro Monaco arrivò quando l’eccidio era appena terminato. Ebbe così modo di assistere alla prima rivoluzione socialista fallita sul nascere. Forse l’episodio è storicamente molto modesto per potersi annoverare tra le rivoluzioni.
Per Marx la prima grande rivoluzione socialista fu la Comune di Parigi del 1871 che arrivò, anche se brevemente, fino alla conquista del potere. Altre rivoluzioni definite socialiste successivamente si alternarono, alcune militarmente trionfanti ma teoricamente e politicamente fallite. Altre addirittura passate immediatamente dall’altro campo della barricata.
Tutto sommato, quei 300 giovani idealisti, disarmati e disarmanti, trucidati in quel di Sansa, meritano a mio avviso almeno il titolo di primi martiri del socialismo.
Nel 1858, finito il servizio militare, Pietro Monaco ritorna a Macchia. Qui, considerate le abitudini acquisite a Napoli, comincia a frequentare una donna di facili costumi del posto:Teresa Oliverio. Questa sposata con figli, ha anche una sorella di 17 anni, molto bella:Maria Oliverio. Pietro Monaco, pur continuando a trescare  con Teresa, in quello stesso anno finisce con lo sposare la giovanissima sorella Maria.
Nel 1859, non riuscendo  ad adattarsi alle vecchie abitudini contadine, si arruola nuovamente nell’esercito borbonico, per “surrogare” un rampollo diciassettenne della famiglia Gullo di Macchia, come prevedeva una legge in vigore all’epoca per tutelare i nobili e i signori locali.
Io non so se tale sostituzione venne fatta da Monaco per generosità e bonomia verso il giovanissimo erede della famiglia Gullo o se, invece, la surroga fu concordata per benefici economici, sicuramente l’episodio dimostra che all’epoca Pietro Monaco, per ritornare ad arruolarsi, non aveva ancora nessuna intenzione di darsi al brigantaggio. Ma quel nuovo servizio militare dura poco. Napoli in quel periodo era in pieno fermento. Era appena deceduto re Ferdinando II e già giungevano notizie dell’approssimarsi dell’esercito garibaldino. Per questi motivi nell’esercito borbonico i tradimenti e le diserzioni erano diffusissimi. Anche Pietro Monaco diserta e rientra a Macchia. Intanto Garibaldi, risalendo lungo la penisola senza colpo ferire per le diserzioni nell’esercito borbonico sopradette, giunge fino a Grimaldi dove i fratelli Morelli, patrioti della prima ora, avevano arruolato un piccolo esercito e preparato una grande accoglienza. Qui Garibaldi da un balcone della casa Morelli, pronuncia un discorso memorabile nel quale promette alle popolazioni calabresi nientemeno che il ripristino degli usi civici, l’abolizione dell’ odiatissima tassa sul macinato e la riduzione del prezzo del sale. Per quelle popolazioni  tali promesse valevano quanto una  rivoluzione.
Anche Pietro Monaco si entusiasma al discorso di Garibaldi ed essendo uomo d’azione, corre subito ad arruolarsi nelle bande garibaldine.
Per la prima volta però la sua adesione è fortemente motivata ed infervorata tant’è che con questo stato d’animo, nelle battaglie di Capua e del Volturno compie tali atti di coraggio e di eroismo da conquistare sul campo, lui soldato semplice, i gradi di sottotenente.
Anche questi episodi, oltre a dimostrare il già citato coraggio ed eroismo, rivelano ancora una volta il suo altruismo e la sua generosità oltre che le motivazioni sociali e politiche derivanti dalle lezioni impartitegli durante le frequentazioni a Napoli con i giovani patrioti anarchici e socialisti quali Ageslao Milano e Giovan Battista Falcone e altri ancora. Questi ultimi, più con le loro gesta che con le loro teorie, trasmisero al nostro eroe la consapevolezza della precarietà dello stato di cose esistenti e la necessità di cambiare o addirittura sovvertire il tutto.
Finita l’esperienza garibaldina, Pietro  Monaco torna a Macchia ove si rende conto che nessuna delle promesse fatte da Garibaldi è rimasta in piedi. Anzi, i suoi luogotenenti, i Morelli, i Baracco, i Berlingeri, diventati ancora più forti avendo anche acquisito direttamente il comando militare della situazione, avevano ripristinato le cose peggio di prima.
Garibaldi intanto si era ritirato a Caprera passando alla storia come un moderno Cincinnato che rifiutava glorie e prebende. Persino Carlo Marx, Engels e lo stesso Bakunin, che lo andò ad omaggiare a Caprera, ebbero grande stima di lui. Io credo invece che egli si ritirò a Caprera per la vergogna delle infinite promesse fatte ai poveri meridionali senza averne mai mantenuta alcuna.
E credo anche che se Pietro Monaco lo avesse avuto a portata di mano gli avrebbe fatto pagare caro tutti quegli inganni.
Ma le disavventure di Pietro Monaco non sono finite. Trascinato per sei lunghi anni dalla pacifica vita di villaggio alle più dure esperienze di caserma e di guerra in una metropoli caotica e politicamente effervescente ed impetuosa, ritornato finalmente a Macchia, per la quarta volta gli viene recapitata la chiamata alle armi, questa volta da parte dell’esercito sabaudo.
La burocrazia militare, anche se passata da un esercito ad un altro,non aveva dimenticato la diserzione attuata durante la surroga al giovane Gullo. Ed anche se il disertare dall’esercito nemico avrebbe dovuto costituire titolo di merito per l’esercito vincitore, a maggior ragione in quanto tale decisione venne presa dopo gli accordi e i contatti avuti con patrioti garibaldini, il nuovo richiamo alle armi fu inesorabile.
Questa volta però siamo nel 1861, Pietro Monaco si arruola ma nella banda del brigante Domenico Straface detto Palma, operante nei suoi amati boschi della Sila.
Il 1862, fu l’anno cruciale per la moglie di Pietro Morelli mentre questo latitava.
Arrestata insieme alla sorella Teresa con il solo scopo di costringere il marito a costituirsi, fu tenuta in carcere da innocente per mesi senza che il suo carceriere, il famigerato maresciallo Pietro Fumel potesse ottenere alcun risultato.
Una volta liberate le due donne, ormai esasperate per quanto accaduto, entrarono in aperto conflitto per contendersi i favori del rispettivo marito ed amante. Teresa per mettersi alla pari con la sorella l’accusa di essersi concessa ripetutamente ai suoi carcerieri.
La calunnia vera o falsa che sia, circola rumorosamente nell’ambiente ristretto della Presila dove Maria godeva di buona reputazione al contrario di Teresa. Comunque, giunte a quel punto le cose non potevano più continuare così. Una sera di quello stesso anno le due sorelle ritrovatesi assieme nell’abitazione di Teresa, vennero furiosamente alle vie di fatto. La sorella maggiore armata di coltello, la minore con una scure.
Quest’ultima ebbe il sopravvento riuscendo a sferrare a Teresa ben 48 colpi di scure uccidendola. L’episodio fece grande scalpore ed ebbe risonanza nazionale e oltre.
Maria, dopo l’omicidio scappò anche lei in Sila dove, dopo furiosi scontri con il marito, con la mediazione degli altri briganti, si riappacificò con tutti, finendo con l’arruolarsi alla comitiva brigantesca assumendo il nuovo nominativo di Ciccilla diventato poi famoso in mezza Europa.
La guerra che Pietro Monaco e la sua banda, il cui organico operativo non superò mai il numero di venti elementi, sferrarono contro tutti i possidenti della Presila e dintorni, durò due anni e fu intensa e cruenta. Non risparmiò nemmeno i vicini di casa, la prestigiosa famiglia Gullo che anzi fu quella più maltrattata. Questa guerra cominciò con una sparatoria attraverso un balcone di casa durante una festa che qui si celebrava e durante la quale fu ferito un loro ospite.
Dopo pochi giorni la Guardia Nazionale bruciò la casa di Monaco. Non passò molto altro tempo e la banda dei briganti bruciò due case e un fienile dei Gullo. E non finì lì perché per fare intendere chi comandava ormai da quelle parti, Pietro Monaco rapì una neonata della famiglia Gullo insieme alla sua balia e al di lei marito. I Gullo per condurre la trattativa del riscatto furono costretti a fare intervenire un altro brigante, ex loro operaio in una fabbrica di liquirizia di Rossano e solamente questi riuscì a portare a buon fine la trattativa dietro congruo compenso.
Un’ altra  operazione eclatante, anche per la modalità della sua organizzazione, fu il rapimento dei ricchissimi cugini Achille Mazzei e Antonio Parisio di Santo Stefano di Rogliano. Fu una vera esibizione di forza compiuta dall’intera banda in pieno giorno, nella piazza principale del paese a danno di due personaggi oltre che ricchi anche vicini ai potentissimi e odiatissimi fratelli Morelli di Rogliano, ex luogotenenti di Garibaldi.
Il riscatto fu tanto ingente da provocare la richiesta di adesione alla banda di numerosi tra quei contadini sbandati e disoccupati. Ma il rapimento che suscitò più scalpore e meraviglia fu quello compiuto ad Acri, non fosse altro che per i suoi aspetti puramente militari. Essendo questo paese ubicato alle porte della Sila, covo di briganti per antonomasia, i presidi militari ivi ubicati  erano numerosi e ben nutriti: un battaglione di bersaglieri forte di novecento uomini, una squadra di carabinieri Reali, un’altra della Guardia Nazionale, una squadriglia di 40 uomini a difesa della famiglia Falcone e altri ancora al comando di altri possidenti locali.
Pietro Monaco, prima dell’azione, studiò attentamente gli aspetti logistici e militari dell’operazione, effettuò sopralluoghi direttamente  sul posto e indirettamente assumendo notrizie attraverso i numerosi informatori(per la polizia manutengoli)ormai diffusissimi in tutta la Presila.  Fu così che con il suo piccolo gruppo di 20 uomini riuscì a farsi beffa dell’enorme apparato militare nemico avendo studiato l’azione di attacco e, sopratutto la strategia di fuga e di ricovero in Sila.
I personaggi, rapiti mentre come d’abitudine nei pomeriggi estivi si recavano a rinfrescarsi ad una sorgente sita alla periferia di Acri, furono: il Vescovo di Tropea e due altri preti, Angelo e Michele Falcone, padre e figlio di quella potente famiglia, altri nobili e benestanti di quel paese, per un totale di 9 persone. La notizia di questa impresa fu diffusa, tra gli altri, da un giornale di Napoli, “L’indipendente”, diretto da Alessandro Dumas il quale vi dedicò numerose prime pagine. Naturalmente l’eco di questi avvenimenti si allargò in tutta Europa.
Ho riportato questi tre episodi della guerra combattuta da Pietro Monaco perché, a mio avviso, da un punto di vista politico, dimostrano abbondantemente come tutto il suo agire risentiva della lezione anarchica impartitagli da Ageslao Milano.
La teoria dell’esempio orgoglioso ed eroico, individuale o del piccolo gruppo capace di sollevare masse oppresse e sottomesse da secoli.
La storia di Pietro Monaco finì e non poteva finire che con un tradimento. I giuda furono De Marco e Celestino, componenti fin dalla prima ora, della sua stessa banda. Questi due, ben conoscendo i rifugi dei loro vecchi amici, si offrirono a portare a termine l’agguato per poter usufruire dei benefici della famigerata legge Pica la quale offriva cospicui vantaggi ai briganti che si costituivano e, soprattutto, a chi collaborava all’eliminazione dei vecchi compagni. Erano i giorni delle festività natalizie, la comitiva, ritrovatasi assieme, fece un abbondante pranzo, dopodiché ognuno si ritirò nel proprio rifugio per dormire.
Pietro Monaco e Ciccilla erano alloggiati in una piccola casella in disparte, la stanza era provvista di un buco attraverso il quale i due, fecero fuoco uccidendo Pietro Monaco e ferendo Ciccilla. Quest’ultima, anche se ferita, riuscì a sottrarsi alla cattura e con una residua parte della banda scappò continuando a latitare ancora per un altro anno. Infine fu individuata e catturata in una grotta a monte del fiume Neto. Fu processata e condannata a morte per fucilazione alla schiena. La condanna fu poi commutata con decreto reale in lavori forzati a vita che Ciccilla scontò nel terribile carcere di Fenestrelle ove morì fra gli stenti all’età di 34 anni.
Doverosamente debbo dichiarare che tutte le  notizie sulla vita di Pietro Monaco e della moglie Ciccilla le ho desunte se non copiate integralmente dall’informatissimo e ben documentato libro di Peppino Curcio “Ciccilla” Pellegrino Editore, frutto di minuziose indagini e ricerche effettuate dall’autore negli archivi di Cosenza, Napoli e Roma durante anni di lavoro. A queste ricerche io non avevo niente da aggiungere tanto è ricco e sovrabbondante di notizie il libro di Curcio. Il mio tentativo, non so se riuscito, è stato quello di riassumere gli avvenimenti più essenziali per renderli più incalzanti e più comprensibili nella loro crudezza. Ho poi cercato di evidenziare meglio gli aspetti politici riguardanti le nascenti dottrine socialiste ed anarchiche che Pietro Monaco apprese direttamente da autentici eroi e martiri nati e vissuti qui nelle nostre terre, apparentemente così lontane da Parigi, Londra e Berlino dove queste teorie ebbero origine.
Il fine che mi proponevo sin dall’inizio con questo mio lavoro non era né letterario né storico e, in fin dei conti nemmeno politico inteso come ulteriori scoperte teoriche. Scopo principale  è stato ed è quello di rivalutare la figura di questo piccolo contadino poco più che ventenne il quale avendo conosciuto per esperienza diretta la corruzione e la violenza dei regimi  borbonico e sabaudo, dichiarò loro guerra aperta insieme a tutti i loro manutengoli locali. Egli combatté fino alla fine, sottraendosi alle lusinghe e agli inganni anche quando, a capo della sua banda, incuteva paura e suscitava rispetto anche in quei regimi ancora in bilico e in cerca di alleanze per rafforzare il loro potere vacillante. Combatté scoprendo doti militari insospettabili in un contadino così giovane e quasi analfabeta. Si battè fino alla fine e solamente con il tradimento quel regime corrotto riuscì ad eliminarlo.
Oggi suscita grande scandalo Silvio Berlusconi per le sue promesse fatte e mai mantenute durante le campagne elettorali in cambio del voto. Garibaldi durante la spedizione dei mille chiedeva alle popolazioni meridionanali di arruolarsi nella sua banda, insomma chiedendo loro di donare la vita, in cambio offriva quelli che erano già i loro diritti defraudati.
Per tutto questo il suo nome è passato nei libri di storia e nelle intestazioni sulle vie e nelle piazze del Paese oltre che in numerosi documenti e lapidi commemorative.
Certamente Berlusconi non avrà tali riconoscimenti anche perché le sue malefatte sono ben poca cosa di fronte al cosiddetto eroi dei due mondi.
Ma, giacchè ci siamo sull’argomento, io credo che invece Pietro Monaco un bel monumento almeno nella piazzetta di Macchia di Spezzano Piccolo se lo meriterebbe di pieno diritto. Se questo mio scritto, sottoposta alla critica e alle correzioni di Coessenza e Ciroma, e soprattutto di Peppino Curcio, massimo conoscitore del nostro eroe, potesse suscitare un movimento intestato per l’appunto a Pietro Monaco avendo lo scopo di raccogliere fondi per consentire la realizzazione di detto monumento, previo concorso fra gli artisti locali, allora sì che riterrei che questa fatica non è stata vana. E giacchè ci siamo, credo che sarebbe ora che questo nostro movimento si occupasse anche della restituzione ai cittadini di Cosenza e dei Casali dei terreni anticamente destinati ad usi civici defraudati poco nobilmente e per nulla onestamente al godimento comune e collettivo delle nostre popolazioni, da parte di alcuni signorotti locali. Creare un collegio di avvocati e di tecnici per potere individuare questi terreni e intentere un processo per ottenere finalmente la restituzione degli stessi con richiesta dei danni provocati da tanti anni di usurpazione.*
Per ora non voglio nemmeno immaginare cosa potrebbe provocare la restituzione all’uso collettivo di questi splendidi terreni silani. Avremo modo di discuterne.
                                                                                                      Franco Bifarella
Cosenza 24/06/2013



*Nel collegio di avvocati potremmo invitare anche Stefano Rodotà in quanto, come cosentino, anch’egli parte lesa e poi per la sua grande autorità di insigne giurista.

giovedì 12 maggio 2016

Le immagini di Ciccilla

Per chi ha voglia di conoscere una sintesi del mio libro su Maria Oliverio alias Ciccilla può leggerlo qua, è stato scritto da me su Wikipedia.
Maria Oliverio, detta Ciccilla (Casole Bruzio, 30 agosto 1841 – Forte di Fenestrelle ?, 1879 circa), è stata una brigante italiana, facente parte della banda di Pietro Monaco, suo marito, tra il maggio 1862 e il febbraio 1864, operante in Calabriaall'indomani della proclamazione del Regno d'Italia di Vittorio Emanuele II.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Maria Oliverio, detta Ciccilla, nasce a Casole Bruzio il 30 agosto 1841 da Biaggio e Scarcella Giuseppina. Il 3 ottobre 1858, all'età di 17 anni sposa Pietro Monaco e va a vivere nella frazione Macchia del comune di Spezzano Piccolo[1]. Nel marzo 1862, pur non avendo commesso in precedenza alcun reato e senza alcun motivo fu arrestata, assieme alla sorella Teresa dal Maggiore Pietro Fumel. Fu reclusa nelle carceri del Convento di San Domenico (oggi ne restano solo i sotterranei e un tratto di muro) a Celico, per fare in modo che il marito Pietro Monaco si costituisse (come disse Maria nella testimonianza al processo); oppure, come sembra più probabile, per ricattare il marito al fine di uccidere alcuni briganti filoborbonici (Leonardo Bonaro - che incontrò José Borjes il 5 ottobre del 1861[2] - e il capobanda Pietro Santo Piluso chiamato Tabacchera). Questi ultimi furono uccisi, subito prima, della scarcerazione delle due sorelle[3]. Ciccilla restò in carcere per due mesi. Uscita di prigione, allora ventenne, uccise la sorella per calunnia in modo orribile, con 48 colpi di scure ed in presenza dei 3 figli della sorella. Si unì alla banda di briganti del marito. Fu accusata di innumerevoli reati: sequestri, rapine violente e a mano armata (chiamate grassazioni), furti, incendi, omicidi, uccisioni di animali domestici. I capi di imputazione furono ben 32, tutti elencati nel processo a suo carico che si tenne a Catanzaro nel febbraio 1864 all'indomani del suo arresto[4]. Fra tutti i reati confessò solo l'omicidio della sorella, mentre per tutti gli altri disse di esservi stata costretta.

I sequestri[modifica | modifica wikitesto]

Con la banda di Pietro Monaco, Ciccilla fu protagonista di molti atti di brigantaggio[5]. Il più noto fu il sequestro di 9 persone, tra nobili, religiosi e proprietari di Acri, avvenuto il 31 agosto 1863, essi erano: Michele e Angelo Falcone, rispettivamente il fratello e il padre del patriota ed eroe della spedizione di Sapri, Giovan Battista Falcone, e del Maggiore della Guardia Nazionale Raffaele Falcone; Ferdinando Spezzano (che venne subito ucciso); Angelo Feraudo; Domenico Zanfini; Carlo Baffi; due preti, i fratelli Francesco e Saverio Benvenuto[6]) e il Vescovo di Tropea, acrese di origine, Mons. Filippo Maria De Simone che, secondo Alexandre Dumas, "era internato ad Acri, perché imputato di opposizione al governo". Un'impresa che destò molto scalpore e paura per la neonata Italia, un sequestro di simboli più che di persone.
Un altro importante evento fu il sequestro dei cugini Achille Mazzei e Antonio Parisio a Santo Stefano, l'attuale Santo Stefano di Rogliano, il 18 giugno 1863. Il riscatto fruttò l'enorme cifra di 20 000 ducati permettendo alla banda di fare il "salto di qualità" del suddetto rapimento di Acri. Achille Mazzei è un patriota vicino al Governatore della Calabria Citra, Donato Morelli. Il fratello Raffaele è uno dei patrioti più attivi ed è protagonista, fin dal 1856, dell'attività clandestina di preparazione dell'arrivo di Garibaldi. Il padre Giuseppe morì nei moti risorgimentali del 1848 presso l'Angitola. Antonio Parisio è sindaco del paese componente di una delle più importanti, antiche e ricche famiglie del cosentino (Aulo Giano Parrasio, fondatore dell'Accademia Cosentina nel 1511, apparteneva a questa nobile casata). Nel corso del processo per questo sequestro, (stranamente questo reato non è contemplato tra i 32 capi d'imputazione di Maria Oliverio), si scoprirono i retroscena di alcuni delitti che coinvolsero Pietro Monaco come brigante filo piemontese o, comunque, che colpì una famiglia (i mugnai Spadafora) notoriamente filo borbonica. Inoltre nello stesso processo un brigante pentito, Francesco Ciarlo[7], rivelò che la banda di Monaco fu chiamata da una persona dipendente (un torriere) di Achille Mazzei per rapire un giudice di nome Nicola Nicoletti[8]. Pietro Monaco insieme a Maria Oliverio decisero di cambiare obiettivo e di rapire, invece, Achille Mazzei. Il 18 giugno del 1863 nel tardo pomeriggio davanti al sagrato della Chiesa Matrice di Santo Stefano tutta la banda Monaco con grida inumane, spari e violenze sequestrò gli sbigottiti e increduli cugini Mazzei e Parisio.
Il giorno successivo il plurisequestro di Acri, il 1º settembre del 1863, assunse il comando delle operazioni contro il brigantaggio nella Calabria Citra e Ultra il Generale Giuseppe Sirtori, già Capo di Stato Maggiore dei Mille, Presidente della Commissione parlamentare anti Brigantaggio (che produsse la nota Legge Pica e la relazione Massari) e persona vicinissima a Giuseppe Garibaldi. Lascerà la Calabria solo dopo che i processi che videro coinvolta Maria Oliverio si conclusero. A dare notizia, sia del clamoroso rapimento che del coinvolgimento del Generale Sirtori è il giornale L'Indipendente diretto da Alexandre Dumas che informerà i suoi lettori con diversi articoli delle vicende di Pietro Monaco e della Brigantessa Ciccilla fino alla ricostruzione dell'intera vicenda in un racconto di sette capitoli dedicati alla brigantessa e al marito Pietro Monaco dal titolo "Pietro Monaco sua moglie Maria Oliverio e i loro complici".[9]. Il noto scrittore, che aveva già scritto di briganti calabresi[10], rimase alla fine deluso da questo brigante del tutto diverso da quelli che aveva immaginato in gioventù. Lo stesso anno scrive Robin Hood il proscritto: per questo, secondo alcuni autori[11], Pietro Monaco ne diventa l'ispiratore a contrario.

La morte di Pietro Monaco[modifica | modifica wikitesto]

Il 23 dicembre 1863[12], la sera prima della vigilia di Natale, dopo un tradizionale cenone[13], il Monaco fu ucciso dal suo braccio destro Salvatore De Marco, aliasMarchetta, con la complicità di Salvatore Celestino, alias Jurillu e Vincenzo Marrazzo, alias Diavolo (che aveva tentato di avvelenare la comitiva pochi giorni prima). Il rifugio della banda era nella valle di Jumiciello (un subaffluente del fiume Crati nel comune di Pedace), l'omicidio avvenne dentro una casella, ovvero essiccatoio per le castagne (tuttora esistente anche se diroccata), dove si era appena appisolato accanto alla moglie. In quella occasione, come descrive Maria Oliverio nel suo interrogatorio, la stessa pallottola che colpì Monaco al cuore ferì lei al polso. Secondo un poeta e giornalista dell'epoca, Luigi Stocchi, cercò di inseguire gli assassini, poi tornò dal cadavere del marito e lo decapitò per evitare che a farlo fossero i soldati piemontesi[14]: ne bruciò la testa in un grande castagno (ancora lì), nei pressi del luogo dell'agguato e fuggì in Sila assieme al fratello Raffaele, al cugino del marito Antonio e al resto della banda rifugiatasi nelle vicine grotte (anche quelle ancora esistenti). Secondo Alexandre Dumas, invece: "Uno dei proprietari di Cosenza che aveva avuto ragione di dolersi crudelmente del capo … tagliò la testa di Monaco, la fece seccare in un forno e la tenne in casa per ornamento del suo scrittoio".
Per 47 giorni sfuggì alla caccia spietata della forza pubblica, con la ferita mal medicata al braccio che teneva stretto al collo. Alla fine fu catturata nel febbraio 1864, in una grotta in luogo impervio a strapiombo sul fiume Neto in località Serra del Bosco nel comune di Caccuri (oggi in provincia di Crotone), insieme ad Antonio Monaco e alcuni uomini della banda Palma: Pasquale Gagliardi e Ludovico Russo. La cattura fu preceduta da uno scontro a fuoco che durò due giorni, e causò la morte di due bersaglieri (Giovanni Spagnolini di Fara Novarese e Francesco Agnolini di Cittaducale) e uno squadrigliere del Barone Barracco (Michele Corvino). Durante lo scontro a fuoco fu ucciso e poi decapitato Antonio Monaco[15]. Fu ucciso dopo la cattura, sebbene fosse solo ferito, anche Pasquale Gagliardi, mentre Ludovico Russo riuscì miracolosamente a fuggire nonostante fosse ferito. Si costituirà a San Giovanni in Fiore qualche giorno dopo. Probabilmente in quella grotta c'erano anche altri briganti della banda: Rosario Mangone di Casino (oggi Castelsilano) e Luigi Romanelli, alias Cacciafrittule, di San Giovanni in Fiore, morti asfissiati in una grotta vicino a Santa Severina il 15 febbraio sorpresi dagli squadriglieri del barone Drammis di Scandale[16]. Alcuni riferiscono anche della presenza del fratello di Maria Oliviero[17], Raffaele, alias Niurone (che sopravvisse, per altri due anni, aggregato prima alle bande Spinelli, poi a quella di Pietro Bianchi (con il quale compì delle rappresaglie a danno di delatori nell'estate dello stesso anno assieme a tutta la banda di Bianchi), nelle foreste del Gariglione nella Sila Catanzarese, poi di Carmine Noce di Pietrafitta e infine alla banda di Sijnardi/De Luca di Pietrafitta e Pedace).

Il processo[modifica | modifica wikitesto]

Processata a Catanzaro dal Tribunale di Guerra della Calabria Ultra fu condannata a morte. Fu l'unica brigantessa italiana alla quale venne data una tale pena, ma il re Vittorio Emanuele II le concesse la grazia[18] dietro precisa richiesta del generale Giuseppe Sirtori[19] e del Giudice della Corte d'Appello di Catanzaro[20], Nicola Parisio, (zio di uno dei suoi facoltosi sequestrati) commutando la pena di morte in ergastolo ("lavori forzati a vita") forse scontato presso il Forte di Fenestrelle, in Val Chisone, dove secondo alcune mere ipotesi prive di prove, forse, si spense quindici anni dopo. In effetti non esistono documentazioni certe che ci possano far risalire alla vera, successiva storia della sua vita o ai dati relativi alla sua data di morte o luogo di sepoltura.
per le note andate sulla pagina https://it.wikipedia.org/wiki/Maria_Oliverio


Ecco tutte le immagini conosciute di Ciccilla




questa è quella che tutti conoscono, la più famosa





quest'altra, secondo alcuni, è una brigantessa campana, ma se si confrontano gli abiti e gli oggetti con la prima foto si nota che è solo un'altra posa di una foto scattata nello stesso momento




dalla seconda foto è stata copiata questa litografia pubblicata sul libro di Luigi Stocchi






foto di Ciccilla tratta dall'Archivio Alinari di Firenze. La stessa foto è nell'archivo di Cesare Lombroso a Torino. Si tratta di Ciccilla???? La foto probabilmente è stata scattata a Torino.





questo dipinto di Ciccilla è stato pubblicato su una rivista francese alla fine del 1800.



e questi sono coloro che perseguitarono lei e la banda Monaco: Il Prefetto Guicciardi, al centro, Pietro Fumel a destra in primo piano e altri non identificati