giovedì 15 febbraio 2018

Intervista a Peppino Curcio sul libro Ciccilla

Quattro chiacchiere con...

Libera discussione con Peppino Curcio scrittore, storico ed autore del libro "Ciccilla", storia della brigantessa Maria Oliverio e della sua Banda. I risvolti storico-politici illustrati dall'autore.
Intervista di Francesco Marano.

D:Come nasce Ciccilla?

R:Ciccilla nasce, come ho scritto nell’introduzione al mio libro, dalla prosecuzione del lavoro di ricerca iniziato da mio zio Pietro D’Ambrosio. Una ricerca che aveva coinvolto e appassionato anche me. Mio zio aveva ritrovato una serie di interessantissimi indizi riguardanti la banda di briganti capeggiata da Pietro Monaco e su Ciccilla.
Il lavoro di ricerca di mio zio si svolse soprattutto nell’Archivio di Stato di Cosenza (che aveva riordinato a quel tempo solo i documenti provenienti dalla Prefettura, ma non gli atti dei processi), su alcuni giornali dell’epoca e su fonti tramandate oralmente nel suo paese, Serrapedace, paese di residenza della gran parte dei componenti della comitiva di briganti.
Mio zio non aveva potuto consultare due opere di approfondimento, perché postume alla sua ricerca. Si tratta di strumenti importantissimi e indispensabili per chiunque voglia fare studi su questo argomento: i volumi sulle “Fonti per la Storia del Brigantaggio post-unitario conservate nell’Archivio Centrale dello Stato – Tribunali Militari Straordinari” a cura di Loretta De Felice (tra l’altro, l’autorevole autrice, che sfoglia migliaia di processi di briganti da lei riordinati, concentra la sua attenzione proprio su Ciccilla - si veda a tal proposito la nota a pagina 42 del mio libro e la pagina 449 dei suoi volumi) e il volume, uscito nel 2004 a cura di Flavio Carbone, sulle fonti documentarie provenienti dall’Archivio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito. Il mio lavoro di approfondimento inizia da queste due opere che individuano le fonti primarie che si trovavano a Roma e poi prosegue a Napoli presso l’Archivio di Stato in via Egiziaca a Pizzofalcone e presso la Biblioteca Nazionale nella sezione Lucchesi Palli dove ho scoperto gli articoli di Dumas riguardanti Pietro Monaco e sua moglie.
Un altro motivo di interesse verso questa Storia riguarda il paesaggio calabrese. La Storia di Pietro Monaco si conclude nel fondo di un burrone. Una fucilata del suo luogotenente più fidato lo fulmina. La storia orale ha tramandato che Ciccilla tagliò la testa al marito morto per evitare che altri facessero una tale crudeltà, e la bruciò il un castagno monumentale. Sia la casella dove fu ucciso sia il castagno sono poco distanti da una mia piccola proprietà il cui paesaggio intendo valorizzare perché è intriso di altre microstorie interessanti e belle riguardanti altri periodi storici, in particolare: è il luogo dove nel 1943, ancora sotto il regime fascista, fu nascosto da mio padre e da mio nonno, Pietro Ingrao (dirigente politico antifascista e nel 1978 futuro Presidente della Camera dei Deputati, durante il sequestro Moro); inoltre questo paesaggio è poco distante (e meglio conservato) da quello dove scelse di passare gli ultimi giorni della sua vita il più importante di tutti i calabresi, l’Abate Gioacchino da Fiore, morto a Canale di Pietrafitta nel 1203.
Il terzo motivo è la voglia di comunicare agli altri la storia di questa donna così intrigante e complessa. Una storia che è al tempo stesso feroce e delicata, una storia di violenze e di intrighi, ma anche di passioni amorose e di ricatti inconfessabili. Il bene e il male non sono mai da una parte sola. Ogni personaggio del mio libro ha aspetti positivi e aspetti negativi che mette in luce. Somiglia molto a una storia di mafia dei giorni nostri dove il potere costituito viene a patti con il potere criminale.
Ultimo, ma non per importanza è la rivelazione di quanto le mie ricerche hanno fatto venire alla luce dopo 150 anni di oblio, ovvero gli importanti personaggi coinvolti in prima persona in questa vicenda, in particolare, il più noto dei romanzieri, Alexandre Dumas e il patriota ed eroe Giuseppe Sirtori, Capo di Stato Maggiore dei “Mille” di Garibaldi e Presidente della Commissione Parlamentare contro il Brigantaggio, quella commissione che produsse la famigerata Legge Pica.


D:Nel libro si narra la storia di Maria Oliverio, ma il sottobosco di personaggi è notevole. E’ un intrecciarsi di destini che hanno come denominatore unico il solo fenomeno del brigantaggio?

R:No, non solo brigantaggio, sullo sfondo c’è anche la società calabrese (e dei casali di Cosenza in particolare) di quel tempo che fa i conti con l’estrema povertà e un’economia certamente di sussistenza, ma nello stesso tempo variegata e articolata. Nella Storia che racconto c’è una classe contadina consapevole dei propri diritti che rivendica gli usi civici delle terre silane. I briganti di Serrapedace sono tutti dei carbonari che fruiscono dell’uso civico del legname, configgono con uno dei protagonisti dell’avanzata di Garibaldi, ovvero, occupano la difesa del barone Guzzolino, vicinissimo al Governatore Morelli, ritenendola una terra usurpata agli usi civici degli abitanti dei casali. L’ispiratore (ma non attore protagonista) di questa rivolta è il prete Bartolo D’Ambrosio il quale fu arrestato e detenuto senza processo per oltre un anno, la causa in appello de parroco, dichiaratamente filo borbonico, fu la prima a essere istruita della neonata Corte d’Appello di Catanzaro. In questo unico caso ho ritrovato una relazione tra la rivolta sociale e politica e il fenomeno del brigantaggio.
Nei miei studi le altre rivolte contadine che avvengono in quel periodo nei casali nulla hanno a che fare con il brigantaggio, anzi ho trovato tra i documenti d’archivio, come accade, ad esempio a Celico e a Rogliano, che in questi luoghi i contadini chiedono alle autorità la bandiera tricolore per portarla alla testa della loro protesta. Un comportamento che sa di eroico e fortemente patriottico se pensiamo alla truffa delle terre promesse da Garibaldi e negate immediatamente dal Governatore Donato Morelli.
Per il resto il fenomeno del brigantaggio in queste contrade, più che una rivolta, appare molto simile al fenomeno mafioso. Gli intrecci con il potere ai suoi più alti livelli coinvolgono direttamente il Governatore e le persone a lui vicinissime, come il rapito Achille Mazzei (fratello del noto patriota Raffaele e figlio di Giuseppe altro martire del Risorgimento morto nei moti dell’Angitola del 1848) che parla del legame con la Banda Monaco nella sua deposizione al processo per il suo rapimento. Dopo una campagna di stampa nazionale (si veda Il Bruzio del 13 aprile 1864. In un breve articolo Achille Mazzei si difende dai sospetti di essere il mandante del mancato rapimento del giudice Nicola Nicoletti facendo riferimento a due articoli: La Borsa del 17 ottobre del 1863 e Il Contemporaneo di Firenze del 18 marzo del 1864 che accusanAchille Mazzei di essere coinvolto nel tentativo di rapimento del giudice Nicola Nicoletti.

D:Dalle risposte che mi dai e che non ritrovo nel tuo libro deduco che le tue ricerche sono continuate.

R:Sono continuate e continuano: è come un virus che mi ha colpito indelebilmente. Ho scoperto nuovi intrecci, soprattutto riguardanti il periodo che va dal passaggio di Garibaldi al maggio del 1862, quando il fenomeno del brigantaggio ha altri protagonisti e altri obiettivi.

D:Credi che Giuseppe Garibaldi nella sua avanzata nel territorio calabrese ebbe vita facile? Fu favorito da facili promesse mai mantenute? Il Brigantaggio aveva legami con i borboni?

R:Garibaldi ebbe la strada spianata da decenni di attività antiborbonica nella provincia di Cosenza. Mi riferisco soprattutto alle rivolte del 1848 scoppiate in ogni angolo della provincia o alla rivolta di Cosenza del 1844 e al successivo eccidio dei Fratelli Bandiera. O alle imprese dei singoli patrioti che immolarono le loro vite in imprese coscientemente impossibili, come Giovan Battista Falcone triunviro nella spedizione dei 300 guidata da Pisacane o Agesilao Milano che cerca di uccidere il re borbone nel bel mezzo di una parata militare.
Si deve aggiungere una intensa attività segreta della Massoneria che prepara il campo corrompendo e minando alle radici la fedeltà delle burocrazie amministrative e militari borboniche, che ha come protagonisti, a partire dal 1856, i fratelli Donato, Vincenzo e Carlo Morelli e Raffaele Mazzei.
Il frutto di questa attività fu la battaglia, mai svolta, di Agrifoglio. Mai svolta non perchè non ci furono i presupposti o la voglia di combatterla da parte dei patrioti cosentini. Nei giorni precedenti, quando la forte Armata del Generale Ghio saliva la penisola per meglio rispondere all’avanzata dei mille e per aggregare le truppe di stanza a Catanzaro e Cosenza, la mobilitazione antiborbonica fu davvero straordinaria, documentata da migliaia di adesioni spontanee da parte di ogni ceto sociale. Se si fosse davvero svolta quella battaglia probabilmente si sarebbe comunque vinta.
Ma la vera battaglia si svolse con gli intrighi, i ricatti, i sotterfugi, le prebende e le promesse. La battaglia fu vinta, per usare un eufemismo, “a tavolino”. Ma la resistenza borbonica non scomparve affatto. Anzi. Questa parte di Storia da me approfondita scopre alcune vicende relative a quel che successe negli anni successivi. Come si difese quel potere e le centinaia di personaggi influenti e potenti che erano la “classe dirigente” del sistema di potere borbonico.
Quando nel mio libro faccio un cenno al brigante Leonardo Bonaro, ucciso dai luogotenenti della banda Monaco, scopro solo la punta di un iceberg di quello che fu l’attività filo borbonica in armi che ci fu nella provincia di Cosenza. In questi mesi di ricerche e approfondimenti ho fatto nuove scoperte inerenti quel periodo. Ho già fatto riferimento, nella seconda domanda, all’arresto di Bartolo D’Ambrosio. Aggiungerei il terribile omicidio del prete Michele Leonetti, il quale segnalò a Fumel l’attività della banda brigantesca di Serrapedace e per questo fu barbaramente ucciso nel suo orto di casa con una fucilata in bocca. Interessante il collegamento di questa banda con la più vasta rivolta filo borbonica che vedeva alla testa Padre Clemente da Sersale e che ebbe il suo acme nell’assalto a Figline (piccolo paesino molto vicino a Rogliano, sede del Governatore) come meticolosamente documentato dal processo che ne seguì.
Non riesco, senza essere supportato da un approfondimento adeguato (citando fonti documentarie e fonti secondarie) a continuare a fare affermazioni che potrebbero apparire astruse se non legate al contesto. Spero che io stesso, o altri approfondiscano meglio questi anni decisivi per la formazione dell’Unità italiana. 

Quanto alle promesse non mantenute da Garibaldi o meglio alle promesse fatte ai garibaldini, sarei più cauto. Sicuramente non furono date le terre ai contadini per diritto e questo è un fatto assodato. Ma quanti dei garibaldini che seguirono Garibaldi ebbero un posto di lavoro come guardiano o come Carabiniere? Quanti ebbero favori? Quanti furono successivamente favoriti in vario modo per aver seguito Garibaldi nella sua impresa, a quanti fu data libera opportunità di saccheggio nel corso dell’avanzata verso Napoli? Domande che non troveranno mai facili risposte, ma che devono essere poste perché il tempo degli storici di parte spero sia finito e si possa guardare alla Storia per quella che è, per quanto possibile distinta da opinioni preconcette.

D:Quali sono le attuali ricerche sul fenomeno del brigantaggio che ritieni interessanti e che vuoi comunicarci, anche solo per accenni.

R:Non dico una novità nell’affermare, come ci dice Alexandre Dumas, che il fenomeno del brigantaggio nei casali intorno a Cosenza è endemico. Se questa affermazione risponde al vero la mia curiosità mi spinge a indirizzare le ricerche verso quel che successo prima del 1860 e negli anni successivi al 1864 ovvero dopo la scomparsa della banda Monaco. Infatti, il fenomeno continua, si acuisce e finisce quasi completamente solo intorno al 1873 con la fine dell’ultimo capobanda: Giovanni Sijnardi.
Infine, ho ritrovato, insieme ad altri “interessanti” banditi, come quei briganti di Casole descritti da Dumas e perseguitati fino alla fine del 1859, anche il Generale Borbonico Caracciolo che scende da Napoli preoccupato per l’ordine pubblico di queste contrade.

mercoledì 1 novembre 2017

Un monumento a Pietro Monaco

di     Franco Bifarella

Premessa

Facendo seguito al mio intervento fatto durante il nostro incontro all’ Auditorium Popolare del 29/5/2013, siccome lo stesso è stato disturbato innanzitutto dalla mia incapacità di parlare a braccio per gli incipienti ma ormai continui ammanchi di memoria e poi per la pretesa di Tonino Grano di poter ridurre problemi così complessi e controversi in una sintesi di dieci minuti( fra non molto saremo costretti a misurare i danni arrecati a coloro che usano comunicare e dibattere con estreme sintesi esclusivamente e sconsideratamente solo on line), mi vedo obbligato per concludere e terminare il discorso, a riassumere il tutto e fare alcune proposte operative.
Resta ormai assodato,quanto meno per la Sinistra come documenta ampiamente il libro di Grano, che il fenomeno BRIGANTAGGIO di quell’epoca occore collocarlo più fra gli episodi di ribellione sociale che non in quelli criminali.
Gli autentici episodi criminali, perpetrati lungamente, nel tempo e nello spazio,dai nobili e dai possidenti locali, sono consistiti nell’appropriazione dei terreni demaniali della Sila, destinati da un editto di Carlo D’Angiò del 1333 al solo beneficio delle popolazioni di Cosenza e dei Casali per “USI CIVICI”, vale a dire per l’uso comune e collettivo  per semina, pascolo e legnatico, vitali per le famiglie di quei contadini.
Da sempre la “Sinistra” ha denunciato questi misfatti a parole e per iscritto, buon ultimo il libro di Tonino Grano, senza che da queste denunce teoriche sia mai scaturito qualcosa di concreto. Ma noi, dal punto di vista teorico, già sapevamo da gran tempo che la proprietà è un furto. Il vero problema, di grande attualità, è che tutt’ora questi terreni, quando non sono stati già venduti, risultano ancora di godimento e di “legittima proprietà” di questi rapinatori.
Quando Marx ed Engels nel libro: “India, Cina e Russia”, citatissimo da Tonino Grano, immaginavano e speravano per queste nazioni che  si stavano avvicinando alla modernità, una doppia rivoluzione che permettesse loro, ancora immersi in regimi feudali, di poter evitare e saltare gli orrori della fase capitalistica, e quindi della cruenta fase dell’accumulazione originaria del capitale, tale eventualità non era stata pensata solo in linea teorica ma era rafforzata oltre che dai fermenti della rivoluzione borghese in tutta Europa, anche dalla diffusione in quei grandi e popolosi paesi dei terreni adibiti ad “USI CIVICI”. In Russia il Mir, in India e Cina, i tanti villaggi che non conoscevano la proprietà personale e l’uso privato dei terreni che invece venivano assegnati da un capo-villaggio a rotazione ai contadini che li coltivavano e in qualche modo conferivano alla collettività i prodotti. Il gravissimo delitto compiuto dalla nobiltà contro la nostra comunità fin dalle epoca feudale, poi continuato dalla borghesia nell’epoca sia dittatoriale, sia democristiana i infine anche in epoca socialistoide, non è stato combattuto concretamente da nessun regime e nemmeno dalla cosiddetta sinistra, se non a chiacchiere.
PIETRO MONACO, questo ragazzo di 20 anni, figlio di contadini di Macchia di Spezzano Piccolo, è stato fra i pochi che in forma così radicale e senza compromessi, con un pugno di coetanei, tutti del circondario di Cosenza, ha saputo salvare l’onore e l’orgoglio della nostra gente, da sempre vessata e sottomessa, sconfiggendo sempre in tutte le azioni da lui intraprese, lor signori, facendosi beffa di tutte le loro numerosissime forze armate: Guardia Nazionale, Bersaglieri, Carabinieri Reali e Guardie Private.
       Pietro Monaco ha fatto tremare dalla paura e piangere per i cospicui danni inflitti, quasi tutti i possidenti e nobili della provincia di Cosenza.
       Le implicazioni sociali e politiche delle azioni del giovane contadino sono state ampiamente dimostrate dalle numerose e documentatissime ricerche effettuate da tanti storici e soprattutto da Pietro D’ Ambrosio  con il libro:”Brigantaggio” e con il libro”Ciccilla” da Peppino Curcio. Per quanto riguarda gli aspetti criminali dello stesso, per comprenderli appieno occorre contestualizzarli e rapportarli alle feroci e sanguinose repressioni effettuate sulle nostre popolazioni dalle truppe borboniche, dalle soldataglie piemontesi e dalle stesse bande garibaldine. Se si mettono insieme le stragi e le violenze perpetrati da tutti questi eserciti invasori a danno dalle inermi popolazioni meridionali, le poche uccisioni di Pietro Monaco spariscono.
Il crescendo di violenza e soprusi subiti da Pietro Monaco da parte di tutti i regimi statuali alternatisi in questo periodo nel Meridione d’Italia, lo portarono inevitabilmente all’unica soluzione possibile e praticabile: dichiarare guerra senza quartiere a tutto e a tutti e specialmente ai signorotti, ai ricchi e ai manutengoli locali.
PIETRO MONACO.
Nacque a Macchia di Spezzano Piccolo il 1836 da una famiglia di onesti lavoratori con il padre massaro e la madre filatrice, attività che permettevano loro una vita modesta ma sufficientemente tranquilla e sicura. A dimostrare tale tranquillità resta il fatto che Pietro Monaco, caso raro all’epoca, riesce a frequentare la scuola e ad imparare a leggere e scrivere.
L’infanzia di questi ragazzi, come dappertutto nei piccoli villaggi rurali della Presila cosentina,trascorreva serena, gioiosa e libera, senza la necessità della stretta sorveglianza dei rispettivi genitori in quanto a sorvegliarli c’era l’intero villaggio.
Giovinetto, frequenta moltissimo la Sila insieme al padre per coltivare quei terreni una volta destinati a usi civici comuni e gratuiti, ora concessi a pagamento dai signori locali e insieme agli zii carbonari per imparare ad erigere”cravunere”, fabbriche di carbone di legna, unica forma di energia dell’epoca. Ed infine, Pietro Monaco andava in Sila a caccia e a raccogliere funghi e legna da ardere. Insomma, anche se involontariamente imparando a conoscere i boschi, faceva pratica di brigantaggio perché all’epoca, non c’erano boschi senza briganti e non c’erano brigati senza boschi.
Nel 1855 all’età di 19 anni viene selezionato e richiamato al servizio di leva nell’esercito borbonico. Tale servizio con la sua durata di tre ani era odiatissimo dalle popolazioni contadine perché oltre a togliare loro gli affetti, toglieva una forza lavoro in alcuni casi indispensabile.
Per Pietro Monaco, il passaggio dalla vita bucolica nel piccolo villaggio e nei boschi della Sila alla caserma col suo regime di estrema disciplina e violenza e anche, nei periodi di libera uscita, le frequentazioni nella frenetica vita della metropoli campana, fu drammatico e traumatico anche se, per certi versi, istruttivo.
A Napoli, all’epoca, esisteva una nutrita pattuglia di soldati e studenti universitari cosentini che frequentavano e animavano la vita anche culturale cittadina. Tra questi giovani oltre a ferventi patrioti cominciavano a circolare anche le prime idee ed i primi movimenti anarchici e socialisti.
Pietro Monaco conobbe e frequentò, anche perché arruolato nel suo stesso battaglione, l’anarchico Ageslao Milano compaesano di San Benedetto Ullano.
Questi si era arruolato con il preciso proposito di attentare alla vita di re Ferdinando II. Così nel 1856, durante una parata militare a Napoli, l’anarchico esce dai ranghi, sfodera la baionetta e sferra due colpi al re senza però ucciderlo. Pietro Monaco ebbe modo di assistere da vicino a tutta la scena. Ageslao Milano dopo pochi giorni fu processato e impiccato. Un’altra esperienza ancora più drammatica Pietro Monaco la visse a proposito  della spedizione di Sapri di Carlo Pisacane. Fra gli organizzatori di questa avventura, c’era anche il nostro Giovan Battista Falcone di Acri.
Scopo della spedizione era la sollevazione dei contadini meridionali contro il regime borbonico e contro l’oppressione sociale di quelle popolazioni. Sia Pisacane che Falcone erano animati da idee socialiste. Il governo borbonico, avvertito dei fatti, organizzò una controreazione degli stessi contadini del luogo, spedendo anche un plotone di soldati fra i quali c’era il nostro amico Pietro Monaco.
Come è risaputo, lo scontro finì miseramente per i cospiratori. Prima ancora che l’esercito borbonico arrivasse, i contadini organizzati e aizzati dai preti che avevano avvertito gli stessi dell’arrivo di presunti briganti, fecero strage dei rivoltosi i quali militarmente impreparati, male armati e forse senza nemmeno la volontà di combattere contro coloro che erano venuti a liberare, perirono miseramente.
Pietro Monaco arrivò quando l’eccidio era appena terminato. Ebbe così modo di assistere alla prima rivoluzione socialista fallita sul nascere. Forse l’episodio è storicamente molto modesto per potersi annoverare tra le rivoluzioni.
Per Marx la prima grande rivoluzione socialista fu la Comune di Parigi del 1871 che arrivò, anche se brevemente, fino alla conquista del potere. Altre rivoluzioni definite socialiste successivamente si alternarono, alcune militarmente trionfanti ma teoricamente e politicamente fallite. Altre addirittura passate immediatamente dall’altro campo della barricata.
Tutto sommato, quei 300 giovani idealisti, disarmati e disarmanti, trucidati in quel di Sansa, meritano a mio avviso almeno il titolo di primi martiri del socialismo.
Nel 1858, finito il servizio militare, Pietro Monaco ritorna a Macchia. Qui, considerate le abitudini acquisite a Napoli, comincia a frequentare una donna di facili costumi del posto:Teresa Oliverio. Questa sposata con figli, ha anche una sorella di 17 anni, molto bella:Maria Oliverio. Pietro Monaco, pur continuando a trescare  con Teresa, in quello stesso anno finisce con lo sposare la giovanissima sorella Maria.
Nel 1859, non riuscendo  ad adattarsi alle vecchie abitudini contadine, si arruola nuovamente nell’esercito borbonico, per “surrogare” un rampollo diciassettenne della famiglia Gullo di Macchia, come prevedeva una legge in vigore all’epoca per tutelare i nobili e i signori locali.
Io non so se tale sostituzione venne fatta da Monaco per generosità e bonomia verso il giovanissimo erede della famiglia Gullo o se, invece, la surroga fu concordata per benefici economici, sicuramente l’episodio dimostra che all’epoca Pietro Monaco, per ritornare ad arruolarsi, non aveva ancora nessuna intenzione di darsi al brigantaggio. Ma quel nuovo servizio militare dura poco. Napoli in quel periodo era in pieno fermento. Era appena deceduto re Ferdinando II e già giungevano notizie dell’approssimarsi dell’esercito garibaldino. Per questi motivi nell’esercito borbonico i tradimenti e le diserzioni erano diffusissimi. Anche Pietro Monaco diserta e rientra a Macchia. Intanto Garibaldi, risalendo lungo la penisola senza colpo ferire per le diserzioni nell’esercito borbonico sopradette, giunge fino a Grimaldi dove i fratelli Morelli, patrioti della prima ora, avevano arruolato un piccolo esercito e preparato una grande accoglienza. Qui Garibaldi da un balcone della casa Morelli, pronuncia un discorso memorabile nel quale promette alle popolazioni calabresi nientemeno che il ripristino degli usi civici, l’abolizione dell’ odiatissima tassa sul macinato e la riduzione del prezzo del sale. Per quelle popolazioni  tali promesse valevano quanto una  rivoluzione.
Anche Pietro Monaco si entusiasma al discorso di Garibaldi ed essendo uomo d’azione, corre subito ad arruolarsi nelle bande garibaldine.
Per la prima volta però la sua adesione è fortemente motivata ed infervorata tant’è che con questo stato d’animo, nelle battaglie di Capua e del Volturno compie tali atti di coraggio e di eroismo da conquistare sul campo, lui soldato semplice, i gradi di sottotenente.
Anche questi episodi, oltre a dimostrare il già citato coraggio ed eroismo, rivelano ancora una volta il suo altruismo e la sua generosità oltre che le motivazioni sociali e politiche derivanti dalle lezioni impartitegli durante le frequentazioni a Napoli con i giovani patrioti anarchici e socialisti quali Ageslao Milano e Giovan Battista Falcone e altri ancora. Questi ultimi, più con le loro gesta che con le loro teorie, trasmisero al nostro eroe la consapevolezza della precarietà dello stato di cose esistenti e la necessità di cambiare o addirittura sovvertire il tutto.
Finita l’esperienza garibaldina, Pietro  Monaco torna a Macchia ove si rende conto che nessuna delle promesse fatte da Garibaldi è rimasta in piedi. Anzi, i suoi luogotenenti, i Morelli, i Baracco, i Berlingeri, diventati ancora più forti avendo anche acquisito direttamente il comando militare della situazione, avevano ripristinato le cose peggio di prima.
Garibaldi intanto si era ritirato a Caprera passando alla storia come un moderno Cincinnato che rifiutava glorie e prebende. Persino Carlo Marx, Engels e lo stesso Bakunin, che lo andò ad omaggiare a Caprera, ebbero grande stima di lui. Io credo invece che egli si ritirò a Caprera per la vergogna delle infinite promesse fatte ai poveri meridionali senza averne mai mantenuta alcuna.
E credo anche che se Pietro Monaco lo avesse avuto a portata di mano gli avrebbe fatto pagare caro tutti quegli inganni.
Ma le disavventure di Pietro Monaco non sono finite. Trascinato per sei lunghi anni dalla pacifica vita di villaggio alle più dure esperienze di caserma e di guerra in una metropoli caotica e politicamente effervescente ed impetuosa, ritornato finalmente a Macchia, per la quarta volta gli viene recapitata la chiamata alle armi, questa volta da parte dell’esercito sabaudo.
La burocrazia militare, anche se passata da un esercito ad un altro,non aveva dimenticato la diserzione attuata durante la surroga al giovane Gullo. Ed anche se il disertare dall’esercito nemico avrebbe dovuto costituire titolo di merito per l’esercito vincitore, a maggior ragione in quanto tale decisione venne presa dopo gli accordi e i contatti avuti con patrioti garibaldini, il nuovo richiamo alle armi fu inesorabile.
Questa volta però siamo nel 1861, Pietro Monaco si arruola ma nella banda del brigante Domenico Straface detto Palma, operante nei suoi amati boschi della Sila.
Il 1862, fu l’anno cruciale per la moglie di Pietro Morelli mentre questo latitava.
Arrestata insieme alla sorella Teresa con il solo scopo di costringere il marito a costituirsi, fu tenuta in carcere da innocente per mesi senza che il suo carceriere, il famigerato maresciallo Pietro Fumel potesse ottenere alcun risultato.
Una volta liberate le due donne, ormai esasperate per quanto accaduto, entrarono in aperto conflitto per contendersi i favori del rispettivo marito ed amante. Teresa per mettersi alla pari con la sorella l’accusa di essersi concessa ripetutamente ai suoi carcerieri.
La calunnia vera o falsa che sia, circola rumorosamente nell’ambiente ristretto della Presila dove Maria godeva di buona reputazione al contrario di Teresa. Comunque, giunte a quel punto le cose non potevano più continuare così. Una sera di quello stesso anno le due sorelle ritrovatesi assieme nell’abitazione di Teresa, vennero furiosamente alle vie di fatto. La sorella maggiore armata di coltello, la minore con una scure.
Quest’ultima ebbe il sopravvento riuscendo a sferrare a Teresa ben 48 colpi di scure uccidendola. L’episodio fece grande scalpore ed ebbe risonanza nazionale e oltre.
Maria, dopo l’omicidio scappò anche lei in Sila dove, dopo furiosi scontri con il marito, con la mediazione degli altri briganti, si riappacificò con tutti, finendo con l’arruolarsi alla comitiva brigantesca assumendo il nuovo nominativo di Ciccilla diventato poi famoso in mezza Europa.
La guerra che Pietro Monaco e la sua banda, il cui organico operativo non superò mai il numero di venti elementi, sferrarono contro tutti i possidenti della Presila e dintorni, durò due anni e fu intensa e cruenta. Non risparmiò nemmeno i vicini di casa, la prestigiosa famiglia Gullo che anzi fu quella più maltrattata. Questa guerra cominciò con una sparatoria attraverso un balcone di casa durante una festa che qui si celebrava e durante la quale fu ferito un loro ospite.
Dopo pochi giorni la Guardia Nazionale bruciò la casa di Monaco. Non passò molto altro tempo e la banda dei briganti bruciò due case e un fienile dei Gullo. E non finì lì perché per fare intendere chi comandava ormai da quelle parti, Pietro Monaco rapì una neonata della famiglia Gullo insieme alla sua balia e al di lei marito. I Gullo per condurre la trattativa del riscatto furono costretti a fare intervenire un altro brigante, ex loro operaio in una fabbrica di liquirizia di Rossano e solamente questi riuscì a portare a buon fine la trattativa dietro congruo compenso.
Un’ altra  operazione eclatante, anche per la modalità della sua organizzazione, fu il rapimento dei ricchissimi cugini Achille Mazzei e Antonio Parisio di Santo Stefano di Rogliano. Fu una vera esibizione di forza compiuta dall’intera banda in pieno giorno, nella piazza principale del paese a danno di due personaggi oltre che ricchi anche vicini ai potentissimi e odiatissimi fratelli Morelli di Rogliano, ex luogotenenti di Garibaldi.
Il riscatto fu tanto ingente da provocare la richiesta di adesione alla banda di numerosi tra quei contadini sbandati e disoccupati. Ma il rapimento che suscitò più scalpore e meraviglia fu quello compiuto ad Acri, non fosse altro che per i suoi aspetti puramente militari. Essendo questo paese ubicato alle porte della Sila, covo di briganti per antonomasia, i presidi militari ivi ubicati  erano numerosi e ben nutriti: un battaglione di bersaglieri forte di novecento uomini, una squadra di carabinieri Reali, un’altra della Guardia Nazionale, una squadriglia di 40 uomini a difesa della famiglia Falcone e altri ancora al comando di altri possidenti locali.
Pietro Monaco, prima dell’azione, studiò attentamente gli aspetti logistici e militari dell’operazione, effettuò sopralluoghi direttamente  sul posto e indirettamente assumendo notrizie attraverso i numerosi informatori(per la polizia manutengoli)ormai diffusissimi in tutta la Presila.  Fu così che con il suo piccolo gruppo di 20 uomini riuscì a farsi beffa dell’enorme apparato militare nemico avendo studiato l’azione di attacco e, sopratutto la strategia di fuga e di ricovero in Sila.
I personaggi, rapiti mentre come d’abitudine nei pomeriggi estivi si recavano a rinfrescarsi ad una sorgente sita alla periferia di Acri, furono: il Vescovo di Tropea e due altri preti, Angelo e Michele Falcone, padre e figlio di quella potente famiglia, altri nobili e benestanti di quel paese, per un totale di 9 persone. La notizia di questa impresa fu diffusa, tra gli altri, da un giornale di Napoli, “L’indipendente”, diretto da Alessandro Dumas il quale vi dedicò numerose prime pagine. Naturalmente l’eco di questi avvenimenti si allargò in tutta Europa.
Ho riportato questi tre episodi della guerra combattuta da Pietro Monaco perché, a mio avviso, da un punto di vista politico, dimostrano abbondantemente come tutto il suo agire risentiva della lezione anarchica impartitagli da Ageslao Milano.
La teoria dell’esempio orgoglioso ed eroico, individuale o del piccolo gruppo capace di sollevare masse oppresse e sottomesse da secoli.
La storia di Pietro Monaco finì e non poteva finire che con un tradimento. I giuda furono De Marco e Celestino, componenti fin dalla prima ora, della sua stessa banda. Questi due, ben conoscendo i rifugi dei loro vecchi amici, si offrirono a portare a termine l’agguato per poter usufruire dei benefici della famigerata legge Pica la quale offriva cospicui vantaggi ai briganti che si costituivano e, soprattutto, a chi collaborava all’eliminazione dei vecchi compagni. Erano i giorni delle festività natalizie, la comitiva, ritrovatasi assieme, fece un abbondante pranzo, dopodiché ognuno si ritirò nel proprio rifugio per dormire.
Pietro Monaco e Ciccilla erano alloggiati in una piccola casella in disparte, la stanza era provvista di un buco attraverso il quale i due, fecero fuoco uccidendo Pietro Monaco e ferendo Ciccilla. Quest’ultima, anche se ferita, riuscì a sottrarsi alla cattura e con una residua parte della banda scappò continuando a latitare ancora per un altro anno. Infine fu individuata e catturata in una grotta a monte del fiume Neto. Fu processata e condannata a morte per fucilazione alla schiena. La condanna fu poi commutata con decreto reale in lavori forzati a vita che Ciccilla scontò nel terribile carcere di Fenestrelle ove morì fra gli stenti all’età di 34 anni.
Doverosamente debbo dichiarare che tutte le  notizie sulla vita di Pietro Monaco e della moglie Ciccilla le ho desunte se non copiate integralmente dall’informatissimo e ben documentato libro di Peppino Curcio “Ciccilla” Pellegrino Editore, frutto di minuziose indagini e ricerche effettuate dall’autore negli archivi di Cosenza, Napoli e Roma durante anni di lavoro. A queste ricerche io non avevo niente da aggiungere tanto è ricco e sovrabbondante di notizie il libro di Curcio. Il mio tentativo, non so se riuscito, è stato quello di riassumere gli avvenimenti più essenziali per renderli più incalzanti e più comprensibili nella loro crudezza. Ho poi cercato di evidenziare meglio gli aspetti politici riguardanti le nascenti dottrine socialiste ed anarchiche che Pietro Monaco apprese direttamente da autentici eroi e martiri nati e vissuti qui nelle nostre terre, apparentemente così lontane da Parigi, Londra e Berlino dove queste teorie ebbero origine.
Il fine che mi proponevo sin dall’inizio con questo mio lavoro non era né letterario né storico e, in fin dei conti nemmeno politico inteso come ulteriori scoperte teoriche. Scopo principale  è stato ed è quello di rivalutare la figura di questo piccolo contadino poco più che ventenne il quale avendo conosciuto per esperienza diretta la corruzione e la violenza dei regimi  borbonico e sabaudo, dichiarò loro guerra aperta insieme a tutti i loro manutengoli locali. Egli combatté fino alla fine, sottraendosi alle lusinghe e agli inganni anche quando, a capo della sua banda, incuteva paura e suscitava rispetto anche in quei regimi ancora in bilico e in cerca di alleanze per rafforzare il loro potere vacillante. Combatté scoprendo doti militari insospettabili in un contadino così giovane e quasi analfabeta. Si battè fino alla fine e solamente con il tradimento quel regime corrotto riuscì ad eliminarlo.
Oggi suscita grande scandalo Silvio Berlusconi per le sue promesse fatte e mai mantenute durante le campagne elettorali in cambio del voto. Garibaldi durante la spedizione dei mille chiedeva alle popolazioni meridionanali di arruolarsi nella sua banda, insomma chiedendo loro di donare la vita, in cambio offriva quelli che erano già i loro diritti defraudati.
Per tutto questo il suo nome è passato nei libri di storia e nelle intestazioni sulle vie e nelle piazze del Paese oltre che in numerosi documenti e lapidi commemorative.
Certamente Berlusconi non avrà tali riconoscimenti anche perché le sue malefatte sono ben poca cosa di fronte al cosiddetto eroi dei due mondi.
Ma, giacchè ci siamo sull’argomento, io credo che invece Pietro Monaco un bel monumento almeno nella piazzetta di Macchia di Spezzano Piccolo se lo meriterebbe di pieno diritto. Se questo mio scritto, sottoposta alla critica e alle correzioni di Coessenza e Ciroma, e soprattutto di Peppino Curcio, massimo conoscitore del nostro eroe, potesse suscitare un movimento intestato per l’appunto a Pietro Monaco avendo lo scopo di raccogliere fondi per consentire la realizzazione di detto monumento, previo concorso fra gli artisti locali, allora sì che riterrei che questa fatica non è stata vana. E giacchè ci siamo, credo che sarebbe ora che questo nostro movimento si occupasse anche della restituzione ai cittadini di Cosenza e dei Casali dei terreni anticamente destinati ad usi civici defraudati poco nobilmente e per nulla onestamente al godimento comune e collettivo delle nostre popolazioni, da parte di alcuni signorotti locali. Creare un collegio di avvocati e di tecnici per potere individuare questi terreni e intentere un processo per ottenere finalmente la restituzione degli stessi con richiesta dei danni provocati da tanti anni di usurpazione.*
Per ora non voglio nemmeno immaginare cosa potrebbe provocare la restituzione all’uso collettivo di questi splendidi terreni silani. Avremo modo di discuterne.
                                                                                                      Franco Bifarella
Cosenza 24/06/2013



*Nel collegio di avvocati potremmo invitare anche Stefano Rodotà in quanto, come cosentino, anch’egli parte lesa e poi per la sua grande autorità di insigne giurista.

giovedì 12 maggio 2016

Le immagini di Ciccilla

Per chi ha voglia di conoscere una sintesi del mio libro su Maria Oliverio alias Ciccilla può leggerlo qua, è stato scritto da me su Wikipedia.
Maria Oliverio, detta Ciccilla (Casole Bruzio, 30 agosto 1841 – Forte di Fenestrelle ?, 1879 circa), è stata una brigante italiana, facente parte della banda di Pietro Monaco, suo marito, tra il maggio 1862 e il febbraio 1864, operante in Calabriaall'indomani della proclamazione del Regno d'Italia di Vittorio Emanuele II.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Maria Oliverio, detta Ciccilla, nasce a Casole Bruzio il 30 agosto 1841 da Biaggio e Scarcella Giuseppina. Il 3 ottobre 1858, all'età di 17 anni sposa Pietro Monaco e va a vivere nella frazione Macchia del comune di Spezzano Piccolo[1]. Nel marzo 1862, pur non avendo commesso in precedenza alcun reato e senza alcun motivo fu arrestata, assieme alla sorella Teresa dal Maggiore Pietro Fumel. Fu reclusa nelle carceri del Convento di San Domenico (oggi ne restano solo i sotterranei e un tratto di muro) a Celico, per fare in modo che il marito Pietro Monaco si costituisse (come disse Maria nella testimonianza al processo); oppure, come sembra più probabile, per ricattare il marito al fine di uccidere alcuni briganti filoborbonici (Leonardo Bonaro - che incontrò José Borjes il 5 ottobre del 1861[2] - e il capobanda Pietro Santo Piluso chiamato Tabacchera). Questi ultimi furono uccisi, subito prima, della scarcerazione delle due sorelle[3]. Ciccilla restò in carcere per due mesi. Uscita di prigione, allora ventenne, uccise la sorella per calunnia in modo orribile, con 48 colpi di scure ed in presenza dei 3 figli della sorella. Si unì alla banda di briganti del marito. Fu accusata di innumerevoli reati: sequestri, rapine violente e a mano armata (chiamate grassazioni), furti, incendi, omicidi, uccisioni di animali domestici. I capi di imputazione furono ben 32, tutti elencati nel processo a suo carico che si tenne a Catanzaro nel febbraio 1864 all'indomani del suo arresto[4]. Fra tutti i reati confessò solo l'omicidio della sorella, mentre per tutti gli altri disse di esservi stata costretta.

I sequestri[modifica | modifica wikitesto]

Con la banda di Pietro Monaco, Ciccilla fu protagonista di molti atti di brigantaggio[5]. Il più noto fu il sequestro di 9 persone, tra nobili, religiosi e proprietari di Acri, avvenuto il 31 agosto 1863, essi erano: Michele e Angelo Falcone, rispettivamente il fratello e il padre del patriota ed eroe della spedizione di Sapri, Giovan Battista Falcone, e del Maggiore della Guardia Nazionale Raffaele Falcone; Ferdinando Spezzano (che venne subito ucciso); Angelo Feraudo; Domenico Zanfini; Carlo Baffi; due preti, i fratelli Francesco e Saverio Benvenuto[6]) e il Vescovo di Tropea, acrese di origine, Mons. Filippo Maria De Simone che, secondo Alexandre Dumas, "era internato ad Acri, perché imputato di opposizione al governo". Un'impresa che destò molto scalpore e paura per la neonata Italia, un sequestro di simboli più che di persone.
Un altro importante evento fu il sequestro dei cugini Achille Mazzei e Antonio Parisio a Santo Stefano, l'attuale Santo Stefano di Rogliano, il 18 giugno 1863. Il riscatto fruttò l'enorme cifra di 20 000 ducati permettendo alla banda di fare il "salto di qualità" del suddetto rapimento di Acri. Achille Mazzei è un patriota vicino al Governatore della Calabria Citra, Donato Morelli. Il fratello Raffaele è uno dei patrioti più attivi ed è protagonista, fin dal 1856, dell'attività clandestina di preparazione dell'arrivo di Garibaldi. Il padre Giuseppe morì nei moti risorgimentali del 1848 presso l'Angitola. Antonio Parisio è sindaco del paese componente di una delle più importanti, antiche e ricche famiglie del cosentino (Aulo Giano Parrasio, fondatore dell'Accademia Cosentina nel 1511, apparteneva a questa nobile casata). Nel corso del processo per questo sequestro, (stranamente questo reato non è contemplato tra i 32 capi d'imputazione di Maria Oliverio), si scoprirono i retroscena di alcuni delitti che coinvolsero Pietro Monaco come brigante filo piemontese o, comunque, che colpì una famiglia (i mugnai Spadafora) notoriamente filo borbonica. Inoltre nello stesso processo un brigante pentito, Francesco Ciarlo[7], rivelò che la banda di Monaco fu chiamata da una persona dipendente (un torriere) di Achille Mazzei per rapire un giudice di nome Nicola Nicoletti[8]. Pietro Monaco insieme a Maria Oliverio decisero di cambiare obiettivo e di rapire, invece, Achille Mazzei. Il 18 giugno del 1863 nel tardo pomeriggio davanti al sagrato della Chiesa Matrice di Santo Stefano tutta la banda Monaco con grida inumane, spari e violenze sequestrò gli sbigottiti e increduli cugini Mazzei e Parisio.
Il giorno successivo il plurisequestro di Acri, il 1º settembre del 1863, assunse il comando delle operazioni contro il brigantaggio nella Calabria Citra e Ultra il Generale Giuseppe Sirtori, già Capo di Stato Maggiore dei Mille, Presidente della Commissione parlamentare anti Brigantaggio (che produsse la nota Legge Pica e la relazione Massari) e persona vicinissima a Giuseppe Garibaldi. Lascerà la Calabria solo dopo che i processi che videro coinvolta Maria Oliverio si conclusero. A dare notizia, sia del clamoroso rapimento che del coinvolgimento del Generale Sirtori è il giornale L'Indipendente diretto da Alexandre Dumas che informerà i suoi lettori con diversi articoli delle vicende di Pietro Monaco e della Brigantessa Ciccilla fino alla ricostruzione dell'intera vicenda in un racconto di sette capitoli dedicati alla brigantessa e al marito Pietro Monaco dal titolo "Pietro Monaco sua moglie Maria Oliverio e i loro complici".[9]. Il noto scrittore, che aveva già scritto di briganti calabresi[10], rimase alla fine deluso da questo brigante del tutto diverso da quelli che aveva immaginato in gioventù. Lo stesso anno scrive Robin Hood il proscritto: per questo, secondo alcuni autori[11], Pietro Monaco ne diventa l'ispiratore a contrario.

La morte di Pietro Monaco[modifica | modifica wikitesto]

Il 23 dicembre 1863[12], la sera prima della vigilia di Natale, dopo un tradizionale cenone[13], il Monaco fu ucciso dal suo braccio destro Salvatore De Marco, aliasMarchetta, con la complicità di Salvatore Celestino, alias Jurillu e Vincenzo Marrazzo, alias Diavolo (che aveva tentato di avvelenare la comitiva pochi giorni prima). Il rifugio della banda era nella valle di Jumiciello (un subaffluente del fiume Crati nel comune di Pedace), l'omicidio avvenne dentro una casella, ovvero essiccatoio per le castagne (tuttora esistente anche se diroccata), dove si era appena appisolato accanto alla moglie. In quella occasione, come descrive Maria Oliverio nel suo interrogatorio, la stessa pallottola che colpì Monaco al cuore ferì lei al polso. Secondo un poeta e giornalista dell'epoca, Luigi Stocchi, cercò di inseguire gli assassini, poi tornò dal cadavere del marito e lo decapitò per evitare che a farlo fossero i soldati piemontesi[14]: ne bruciò la testa in un grande castagno (ancora lì), nei pressi del luogo dell'agguato e fuggì in Sila assieme al fratello Raffaele, al cugino del marito Antonio e al resto della banda rifugiatasi nelle vicine grotte (anche quelle ancora esistenti). Secondo Alexandre Dumas, invece: "Uno dei proprietari di Cosenza che aveva avuto ragione di dolersi crudelmente del capo … tagliò la testa di Monaco, la fece seccare in un forno e la tenne in casa per ornamento del suo scrittoio".
Per 47 giorni sfuggì alla caccia spietata della forza pubblica, con la ferita mal medicata al braccio che teneva stretto al collo. Alla fine fu catturata nel febbraio 1864, in una grotta in luogo impervio a strapiombo sul fiume Neto in località Serra del Bosco nel comune di Caccuri (oggi in provincia di Crotone), insieme ad Antonio Monaco e alcuni uomini della banda Palma: Pasquale Gagliardi e Ludovico Russo. La cattura fu preceduta da uno scontro a fuoco che durò due giorni, e causò la morte di due bersaglieri (Giovanni Spagnolini di Fara Novarese e Francesco Agnolini di Cittaducale) e uno squadrigliere del Barone Barracco (Michele Corvino). Durante lo scontro a fuoco fu ucciso e poi decapitato Antonio Monaco[15]. Fu ucciso dopo la cattura, sebbene fosse solo ferito, anche Pasquale Gagliardi, mentre Ludovico Russo riuscì miracolosamente a fuggire nonostante fosse ferito. Si costituirà a San Giovanni in Fiore qualche giorno dopo. Probabilmente in quella grotta c'erano anche altri briganti della banda: Rosario Mangone di Casino (oggi Castelsilano) e Luigi Romanelli, alias Cacciafrittule, di San Giovanni in Fiore, morti asfissiati in una grotta vicino a Santa Severina il 15 febbraio sorpresi dagli squadriglieri del barone Drammis di Scandale[16]. Alcuni riferiscono anche della presenza del fratello di Maria Oliviero[17], Raffaele, alias Niurone (che sopravvisse, per altri due anni, aggregato prima alle bande Spinelli, poi a quella di Pietro Bianchi (con il quale compì delle rappresaglie a danno di delatori nell'estate dello stesso anno assieme a tutta la banda di Bianchi), nelle foreste del Gariglione nella Sila Catanzarese, poi di Carmine Noce di Pietrafitta e infine alla banda di Sijnardi/De Luca di Pietrafitta e Pedace).

Il processo[modifica | modifica wikitesto]

Processata a Catanzaro dal Tribunale di Guerra della Calabria Ultra fu condannata a morte. Fu l'unica brigantessa italiana alla quale venne data una tale pena, ma il re Vittorio Emanuele II le concesse la grazia[18] dietro precisa richiesta del generale Giuseppe Sirtori[19] e del Giudice della Corte d'Appello di Catanzaro[20], Nicola Parisio, (zio di uno dei suoi facoltosi sequestrati) commutando la pena di morte in ergastolo ("lavori forzati a vita") forse scontato presso il Forte di Fenestrelle, in Val Chisone, dove secondo alcune mere ipotesi prive di prove, forse, si spense quindici anni dopo. In effetti non esistono documentazioni certe che ci possano far risalire alla vera, successiva storia della sua vita o ai dati relativi alla sua data di morte o luogo di sepoltura.
per le note andate sulla pagina https://it.wikipedia.org/wiki/Maria_Oliverio


Ecco tutte le immagini conosciute di Ciccilla




questa è quella che tutti conoscono, la più famosa





quest'altra, secondo alcuni, è una brigantessa campana, ma se si confrontano gli abiti e gli oggetti con la prima foto si nota che è solo un'altra posa di una foto scattata nello stesso momento




dalla seconda foto è stata copiata questa litografia pubblicata sul libro di Luigi Stocchi






foto di Ciccilla tratta dall'Archivio Alinari di Firenze. La stessa foto è nell'archivo di Cesare Lombroso a Torino. Si tratta di Ciccilla???? La foto probabilmente è stata scattata a Torino.





questo dipinto di Ciccilla è stato pubblicato su una rivista francese alla fine del 1800.



e questi sono coloro che perseguitarono lei e la banda Monaco: Il Prefetto Guicciardi, al centro, Pietro Fumel a destra in primo piano e altri non identificati

mercoledì 11 maggio 2016

Il Pioppo nero monumentali della Piazza di Serra Pedace




Siamo agli inizi del 1800 e i Francesi di Giuseppe Napoleone (fratello del più famoso Bonaparte) sono a Cosenza. Le più solerti famiglie filofrancesi piantano gli alberi della libertà già dal 1799. Quello di Serra è un pioppo nero. I filofrancesi sono avversati dai realisti fedeli ai borbonici che tagliano la cima di quel simbolo. Ma l'albero resiste a quell'ingiuria e riprende a crescere. Nel maggio del 1806 la famiglia dei Leonetti, filofrancese, è detentrice dei posti chiave del paese. Erano un pugno di fratelli: uno Chimico (farmacista), uno notaio, uno medico, un altro chierico e la sorella amante del capitano Reiner comandante delle truppe a Cosenza e altri. Comincia la rivolta antifrancese, la folla inferocita lincia uno dei fratelli, ma il pomeriggio la faida prosegue con un altro fratello che si rifugia nella chiesa di San Donato, proprio di fronte al nostro albero della libertà, in un nascondiglio che conosceva da bambino. La folla capisce che si trova in chiesa e prova ad entrare, ma il Leonetti, nonostante ci fossero fedeli all'interno, chiude le porte della chiesa. La folla è inferocita e chiede al parroco Donato le chiavi per aprire quel luogo sacro. Di fronte la chiesa un altro fratello, Luigi, è armato di fucile. Spara contro la folla dalla propria abitazione e grida al prete di non aprire la chiesa, ma è cosa vana. Il parroco Donato apre le porte ai rivoltosi e, forse, indica anche il nascondiglio in sacrestia (il parroco verrà processato e condannato). Una volta scoperto il Leonetti è trascinato e linciato fuori dalla chiesa proprio sotto il nostro pioppo nero. E' l'inizio della rivolta che passa alla storia come il "Sacco di Pedace" che porterà alla distruzione dei casali di Serra e di Pedace da parte delle truppe francesi di Reiner e a contare a centinaia i morti, non solo tra la popolazione, ma anche tra i francesi che saranno oggetto di altrettante orribili rappresaglie da parte di decine di briganti (il termine nasce proprio in quel momento) e che terranno testa a quell'esercito vincitore di cento battaglie in mezza Europa. Fra tutti Giacomo Pisano alias Francatrippa. 



Di questo celebre brigante mostriamo una litografia di una pittrice francese (Elisabeth De Bon, 1820) che rappresenta Francatrippa per come raccontato dai viaggiatori francesi. Sotto la litografia ho aggiunto la prova della sua esistenza sulle pagine dei verbali del pubblico parlamento del casale di Serra Pedace. Di lui parla Alexandre Dumas in Cent’anni di Brigantaggio nelle province napoletane (ma sbaglia e dice che è di Parenti) ed è citato da Stendhal http://ricerca.repubblica.it/…/se-stendhal-tornasse-cercare… 

Ne parlano i maggiori studiosi del Brigantaggio di quel periodo: Umberto Caldora, Luigi Maria Greco, Gaetano Cingari e Atanasio Muzzillo. Dedica un volume a Giacomo Pisano Giuseppe Abbruzzo, Terrore ad Acri. L'albero, ormai morente, ha una circonferenza di oltre 5 metri di diametro, ma mi riservo di essere più preciso.