lunedì 2 novembre 2020

Trascrizione integrale del processo 

per l'omicidio di Raffaele Leonetti


anno 1848

Provincia di Calabria Citra                  Distretto di Cosenza

Circondario di Spezzano Grande

Omicidio premeditato in persona di Raffaele Leonetti di Pedace

1 novembre 1848

Raffaele Grande di Serra

Raffaele Cava di Pedace

Nicola Rende di Spezzano Grande

ed altri

 

Fatto

Raffaele Grande del comune di Pedace-Serra, avea rubato i maiali del sacerdote Michele Leonetti dell'istesso comune.

Raffaele Leonetti osò render pubblico il reato del Grande e costui ne tolse la vendetta.

Era la festività di Ognissanti giorno di Domenica e vennero al comune di Pedace 40 malfattori: pria discesero la via Monte Oliveto e trovatovi il Leonetti a modo di belva gli donarono la caccia.

Leonetti fuggiva a tutta lena, e i malfattori gli vibrarono contro due colpi di archibugio, ma caddero a vuoto.

La vittima fuggente tolse il suo asilo sotto l'altare della SS.ma Vergine Immacolata dentro la chiesa del convento dei Cappuccini di Pedace.

I malfattori corsero a cercarne e perché credevano averla nascosta i monaci posero le mani sopra Fra Giuseppe da Pedace, il percossero col rovescio dei loro coltelli e poco mancò che non fosse morto.

Finalmente gli efferati briganti colsero la vittima sotto l'altare e ne lo trassero: Leonetti era senza una scarpa e senza cappello e tutto brattato di polvere, strascicato per la chiesa, e tratto fuori l'atrio di quella, Raffaele Grande gli tirò il primo colpo con lo schioppo ed il ferì a morte. Nicola Rende gli scaricò il secondo corpo sulla testa e Leonetti giacque cadavere.

Quei quaranta briganti gareggiavano per tagliar la testa al Leonetti, ma Grande non volle e più brutalmente dissumano, a compimento di sua atroce vendetta, zampò due volte coi piedi sul viso dello estinto; e ciò fatto, rannodati disparver per la campagna.

Dei malfattori son noti i seguenti: Nicola Rende, Leopoldo e Raffaele Cava, Pietro Michele Pisano, Domenico Cava, Raffaele Grande, Daniele Venneri ed Alfonzo Morrone.

Il Regio Giudice

Giuseppe Ferrari

 

 

L'anno milleottocento quarantotto il giorno 2 del mese di Novembre nel comune di Pedace.

Innanzi a noi Antonio Barca Supplente giudiziario del comune suddetto, assistito dal cancelliere comunale signor Matteo Barca, si è presentato Luigi Leonetti fu Raffaele di anni trenta, di professione bracciale, domiciliato in Pedace suddetto il quale ha esposto quanto segue:

Signore Ivi in verso le ore quindici d'Italia incontrai il fu mio padre si trovava innanzi l'abitazione facendo via verso il basso fu assalito da Raffaele Grande dicendo "ferma ferma", a queste voci mio padre fuggì verso il Monasterio dei Cappuccini, ed appena incominciò a fuggire li menarono due fucilate senza colpirlo. Giunto nel detto Monasterio e nascondere (?) i religiosi per impararcelo, ma siccome non l'aveano veduto entrare se ne discaricarono ma perchè i presentatori furono assicurati da persona che stava nelle manche dirimpetto al monasterio di esservi entrato, ignorando la persona così continuarono a diligenziare(?), ..... .... nella chiesa lo rinvennero lo presero e lo levarono fuori pochi passi ed immediatamente li scoppiarono due fucilate per le quali immediatamente rimase estinto.

D.  da chi si può deporre tutto ciò?

R. Da' nominati Carmine Curcio, Gabriella Scervino, Caterina Ferraro, Chiara Scarcello, ed altri che mi riserbo di aggiungere

D. Volete costituirvi parte civile e domandate la punizione dei colpevoli?

R. Non mi costituisco parte civile e domandando che siano puniti a norma di legge.

Fattogli l'avvertimento prescritto dal real decreto di 17 maggio 1830 vi si è uniformato.

Lettura e controfirma vi ha persistito e per non saper scrivere abbiamo firmato noi col solo cancelliere

Il supple3nte

Antonio Barca

Il Cancelliere

Matteo Barca

 

 

Si nominano i periti per l'esame del cadavere dott. Giacinto D'Ippolito e il Farmacista Salvatore Martire

 

Al Signor Supplente

Signore

In esecuzione dei di lei venerati ordini recatici dal suo usciere ci siamo conferiti nella parte laterale della chiesa di San Pietro, ove, dopo prestato il giuramento in sua presenza e con l'assistenza del cancelliere abbiamo osservato il cadavere dell'estinto Raffaele Leonettti del fu Bruno Antonio del comune di Pedace.

Fattelo denudare abbiamo rinvenuto quattro ferite comunicanti di figura circolari, la prima  nell'osso temporale sinistro con frattura di detto osso ed introspezione di frammenti ossei che attraversando la midolla esatto uscita nell'osso temporale destro con foratura di detto osso producendo la seconda ferita, la terza nella parte anteriore del torace sinistro e propriamente nella mammella di detta regione tra la quarta e la quinta costa vera; che passato nell'apertura della cavità perfora il pericardio ed il ventricolo destro del cuore con grande travaso di sangue nel pericardio ed in quel del petto che fratturando il condile(?) della quinta costa vera ha ferito la parte posteriore del petto producendo la quarta ferita. Le quattro ferite descritte sono state prodotte da corpo spinto d'arma da fuoco rilevanti dalla figura circolare, dall'escavo e dal colore bruno. Da tale osservazioni abbiamo uniformemente giudicato che il sopraccitato Raffaele Leonetti sia morto dalle prescritte ferite.

Ella ci ha ordinato di fornire il presente al che abbiamo adempiuto, sottoscritto di nostro proprio pugno.

Pedace due novembre 1848

Giacinto D'Ippolito

Salvatore Martire

 

 

L'anno 1849 il giorno 23 maggio in Pedace

Innanzi a noi Giuseppe Ferrari regio giudice nel circondario di Spezzano Grande assistito dal cancelliere Michelangelo Giannini previa citazione sono comparsi i seguenti infrascritti i quali fattone rimaner d’un solo ha detto chiamarsi

Carmine Curcio fu Lorenzo di anni settanta massaro di Pedace opportunamente domandato sulla specie in esame ha dichiarato

Signore la casa dove io abito è sita in Contrada Monte Oliveto del comune di Pedace allorché stando dalla finestra vidi circa cinquanta briganti dei quali in quel giorno era capo Nicola Rende, sperperati (?) per la giura (?) in Contrada Redicuzzi vidi che parte dei malfattori si tenne ridossata dietro gli alberi in parte si avviò qual ad inseguire un qualche d'uno, subitamente intesi che Raffaele Leonetti da Pedace era l'uomo inseguito, e gli tenner piede per la via San Leonardo; alla strada Pitanni a riuscire al convento dei monaci cappuccini, colà si intesero due colpi di fucile e subito si rese palese che Raffaele Leonetti avea avuto morte per mano di malfattori, nel mentre altri due colpi gli aveano vibrato precedentemente, ma però a vuoto nella Contrada Monte Oliveto.

D. Conosceste l'assembramento di malfattori: R. Non li conobbi solo per detto del paese si seppe che il capo era Nicola Rende; i cappuccini del monastero han dovuto vedere precisamente chi dei briganti uccise Leonetti.

D. Udiste mai qual fu la cagion dell'omicidio. R. Lo ignoro

Lettura non sa scrivere.

 

Successivamente si è introdotto Caterina Ferraro fu Saverio di anni cinquanta, contadina di Pedace.

Opportunamente domandato ha risposto

signore la mattina del primo novembre 1848 stando io in Contrada Monte Oliveto ove parimenti è sita la casa di Raffaele Leonetti, ma però lontana, intesi lo scoppio di due fucilate, e mi portai in su la via per vedere e mi venne innanzi volta in lutto e piangente Maria Oliverio, e mi disse che la comitiva di Nicola Rende inseguiva il consorte Raffaele Leonetti un poco innanzi avea sparato per dargli la morte; per salvare la Oliverio ebbi cura di farla risalire in direzione della propria casa e in quel mentre conobbi Raffaele Grande malfattore armato di schioppo che si dirigeva al luogo dove posteriormente si seppe ucciso il Leonetti; appena potei ritornare Oliverio nella propria casa e si udirono altri due colpi di fucile e dopo un istante si conobbe che Raffaele Leonetti era morto nella adiacenza del convento dei monaci cappuccini del comune di Pedace.

D. Per qual ragione i malfattori diedero morte al Leonetti

R. or fa molti anni Raffaele Leonetti rese deposizione in giustizia appeso di Raffaele Grande egli ne riportò la condanna ai ferri, fattosi libero dopo la pena espiata era naturalmente nemico di Leonetti, altri a ciò dicevasi che una comitiva avea sequestrato Giovanni Grande (?), e che in essa vi era intravvenuto Raffaele Grande e Raffaele Leonetti avea osato dire pubblicamente che Grande era stato tanto efferato fino a prender parte nel sequestro di un proprio cugino; Raffaele Grande venuto in ira per entrambi i motivi circa ostilmente nemico del Leonetti queste ragioni assembrarono la comitiva di Nicola Rende e Raffaele Leonetti ne ebbe la morte.

Letto non sa scrivere.

 

Chiara Scarcello fu Francesco di anni 40 contadina da Pedace domandato analogalmenteha dichiarato

Signore la mattina del primo novembre standomi davanti la porta della casa mia sita strada Monteoliveto, intesi lo scoppio di due colpi d'arma da fuoco e subito vidi che Raffaele Leonetti fuggì e lo inseguivano a tutta possa i malfattori Raffaele Grande e Raffaele Cava tenendo gli schioppi nelle mani pronti a far fuoco, presero la via che mena al convento dei PP. Cappuccini; dopo breve tempo intesi lo scoppio di due colpi in direzione del convento, spinto dal desio di conoscere, affacciata alla finestra di casa mia distinsi che i malfattori Raffaele Grande e Raffaele Cava fuggivano prendendo la campagna.

Null'altro conosco. Lettura non sa scrivere.

 

Successivamente Gabriella Scervino fu Tommaso di anni 28 contadina di Spezzano Piccolo domiciliata in Pedace, Domandata opportunamente ha risposto.

Per detto pubblico appresi che l'orda di malfattori di Nicola Rende nella festività di Ognissanti forte di numero 40 malfattori scese in Pedace e non perdonando nemmeno alla santità dei tempi ne trasse fuori Raffaele Leonetti e davanti all'atrio di quella gli diede morte a colpi di schioppo. Null'altro conosco. Non sa scrivere.

 

Il Giudice Ferrari si sposta nel convento dei cappuccini lo stesso giorno del ventitré 23 maggio 1849 per interrogare i frati del convento

P. Emanuele Da Paola , nel secolo Domenico Stillo Cappuccino di famiglia in Pedace, opportunamente domandato sull'omicidio in esame ha dichiarato.

Nel primo di novembre del 1848 con...ndo le ore 15 del mattino intesi due colpi di fucile e quindi un forte numero di voci e di parole in via Monte Oliveto poco dopo colla morte sul viso e trepidante di paura giunse da me nel convento Raffaele Leonetti da Pedace; lo sventurato chiedeva di essere nascosto temendo per la sua (?) salute egli volesse rifugiarsi nel tempio del Signore e perchè io era straniero rimandai il Leonetti a Fra Giuseppe da Pedace; però gli astanti stringevano e Leonetti corse a nascondersi nella Chiesa sotto l'altare della Vergine SS.ma Addolorata; dopo un momento sopraggiunsero sette o otto briganti armati di schioppo e chiesero del Leonetti e gli venne risposto non essere nel convento, ma fuggito altrove, a ciò dire taluni dei malfattori osservarono che essi aveva fatta la scala a prossimità del convento e non ne era uscito persona e perciò loro si mentiva, irruppero quindi dentro la Chiesa ed empiamente si posero a rovistarla e dall'altare della Vergine ne trassero fuori la vittima violando il sacro tempio e quindi rimansi la porta della chiesa il colpirono a morte con delle fucilate e io mirai il Leonetti già fatto cadavere, ignoro del tutto gli assassini i quali in un tempo uccisero e spregiarono il culto, posteriormente ho appreso  per detto dei monaci compagni e dell'intero comune che la colpevole dell'assassinio sia stata la comitiva di Nicola Rende unitamente a Raffaele Grande e Raffaele Cava. Null'altro conosco. Lettura ha sottoscritto. Frà Emanuele di Paola

 

Successivamente si è introdotto

Fra Giuseppe da Pedace, nel secolo Carmine Scarcello fu Michele, di anni 50, laico cappuccino di famiglia nel convento di Pedace. Opportunamente domandato ha dichiarato.

Signore la mattina del primo novembre 1848, festività di Ognissanti i Padri Predicatori del Convento erano usciti per celebrare delle messe in diverse cappelle  e soli oravano io e Fra Giuseppe da Rogliano, era occupato a momeggiare una minestra di carote col coltello e avea lasciato la porta del giardino aperta, tutto ad un tempo intesi che la porta si menava a terra sotto il grido di fortissime scosse ed accorsi e con forte meraviglia trovai la porta scassata; restai sorpreso dell'evento non sapendo attribuirne l'origine però tolsi la sbarra a ingresso la porta e mi vidi davanti diciannove briganti all’incirca armati di schioppi pistole e coltella, chiesero dov’era Raffaele Leonetti, ed io risposi di non averlo veduto affatto, i malfattori mi assicurarono che le mie parole eran false e che per averlo esitato la porta del giardino si era trovata chiusa con sbarra, io ritornai di nuovo sulle mie innocenze e per farli sinceri dissi loro che avesser girate le celle del Monastero ed i malfattori il fecero ponendo in soqquadro ogni cosa e però riuscirono infruttuose le indagini; accrebbero allora i briganti l’ira e sguainati i loro lunghissimi e larghi coltelli cominciarono col rovescio delle lame a percuotermi in tutto il corpoin guisa che ne doloro la vita per giorni 6 moltissimo più atroce pria mi avvinse per una mano la casolla(?) trappandomi, quindi mi diresse il coltello di punta alla pancia per uccidermi e la premura della propria vita mi agitò tanto che mi slancia a lontananza, senza riportarmi offesa(?) finalmente convinti che nel convento non vi era persona cominciarono a rovistare la chiesa e da sotto l’altare della Vergine Addolorata ne trassero Raffaele Leonetti scoppiando in accenti di gioia per averlo trovato, trascinarono il Leonetti dalla chiesa innanzi la porta del Tempio ed io vidi allorchè lo uccisero, intesi solo prima uno scoppio di un colpo di fucile e successivamente un altro e così il Leonetti fu spento. Dei briganti conobbi Nicola Rende, Leopoldo Cava, Raffaele Cava, Domenico Cava, Raffaele Grande, Daniele Venneri, Pietro Michele Pisano, Alfonso Morrone. Il malfattore che mi strapazzò e cercò ferirmi di coltello era Raffaele Grande, coloro che mi percossero con il rovescio dei coltelli furono Leopoldo e Raffaele Cava. Per pubblico detto ho saputo che Raffaele Grande sparò il primo colpo a Leonetti ed il ferì a morte ed altro colpo sulla testa collo schioppo gli vuotò contro Nicola Rende il terzo colpo non ho inteso dire chi l’avesse sparato. Il motivo dell’odio era con Raffaele Grande costui avea rubato dei maiali in danno di Don Michele Leonetti e l’ucciso non avendo saputo contener la lingua più volte avea diffamato il Grande del commesso reato, costui punto da soverchia offesa, associato a se i compagni, pria aggredì l’estinto nella propria casa in Via Monte Oliveto e quindi gli procurò la morte innanzi la chiesa del convento.

 

Successivamente Fra Giuseppe da Rogliano, al secolo Nicola Altomare del fu Angelo di anni 36 laico di Rogliano eretta casa monastica da Pedace.

Signore la mattina della festività di Ognissanti erami in fermato nel convento unitamente a Fra Giuseppe da Pedace allorchè venne bussata a gravi colpi di un carico di schioppo la porta del giardino e noi restammo attoniti perché l’avevamo lasciata aperta; fra Giuseppe da Pedace corse  alla porta del giardino ed io mi portai ad un finestrone del convento per mirare cosa fosse, e vidi negli alberi di castagno vicini ridossati moltissimi briganti, gli arrivati nel convento chiesero agli altri in agguato ad avvisare veduto l’uomo di cui andavano in traccia e questi risposero che non era fuggito e perciò ne cercassero che era nel convento; dopo un istante si raccolsero tutti a unirsi il convento e sorpassavano il numero di quaranta, aspramente persuasero Fra Giuseppe  da Pedace rovistarono e posero a soqquadro i cenobi dei frati e quindi vennero  in chiesa , ed io pure in mezzo di loro non avendomene potuto dividere per loro comando, ov’è la statua dell’Addolorata a l’altare giace sotto posto un vuoto e quivi il Leonetti si era accosciato, ne venne tirato fuori senza una scarpa, privo di cappello e tutto bruttato di polvere  strascicato per dentro la chiesa  a viva forza  i malfattori il portarono a lontananza di pochi passi dalla porta del tempio a Leonetti si fece innanzi Raffaele Grande del comune di Pedace Serra e gli rinfacciò essere stato tanto linguardo d’avergli più volte apposto a delitto per aver rubato i maiali di Don Michele Leonetti e per tal motivo ne riportava la morte.

Raffaele Leonetti ripassò dall’orror della morte  stin.. con anot le mani la canna dello schioppo di Grande che impediva lo scoppio, Grande finalmente si sciolse dalle mani del Leonetti e resa l’arma disponibile diede due soli passi e quindi appunbto lo schioppo alle spalle del Leonetti e gli scaricò contro quell’arma micidiale e Leonetti rovesciò prontamente a terra ferito a morte; Nicola Rende gli scaricò un altro colpo di fucile nella testa; l’intera masnada faceva a gara per istaccargli la testa dal busto, ma Grande l’impedì e solo co’ piedi gli zompò due volte la faccia e quindi fattasi raccolta de’ malfattori disparvero per la campagna; tra essi conobbi oltre il Grande ed il Rende , Leopoldo e Raffaele Cava, Domernico Cava e Daniele Venneri e gli altri non li distinsi per la confusione giacchè temeva anch’io d’essere ucciso.

Il 3 giugno 1849 in Spezzano Grande  testimonia il figlio del fu Raffaele Leonetti e Maria Oliverio, Luigi di anni 32 bracciale di Pedace

La mattina della festività di ognissanti stava io ed il genitore Raffaele Leonetti innanzi la porta di nostra casa in via Monte Oliveto, allorchè vedemmo apparirci dinanzi Raffaele Grande e Raffaele Cava entrambi armati di duebotte; Grande fu il primo che fece fuoco contro di mio padre con una canna del suo duebotte ed iul genitore si abbandonò a precipitosa fuga seguendo la via che guida al convento dei Cappuccini di Pedace ed in fuggire Raffaele Cava gli tirò con altra canna del suo duebotte; ciò avvenuto Grande pensò che io accorressi per salvare mio padree perciò mi pose il punto sopra e mi trattenne, nel mentre Raffaele Cava a tutt’uomo correva dietro al padre mio;corse breve tempo e i malfattori lo uccisero innanzi la chiesa del convento unitamente al Grande il quale mi lasciò subito e seguendo il cava raggiunse i compagni

                                                                                                                                                                       

        

domenica 20 ottobre 2019



Recensione al libro "Briganti Casalini"

di Egilio Santoro




Ho apprezzato molto il volume “Briganti Casalini”. Peppino Curcio e Paolo Rizzuti narrano, con uno stile scorrevole, chiaro, accattivante, che desta interesse e desiderio di conoscere, due tragici fatti di sangue, il primo accaduto a Macchia, il secondo a Serra Pedace.
Apprezzabile è innanzi tutto la descrizione del paesaggio di Macchia e dei Casali, con la quale Peppino Curcio si manifesta poeta e pittore. Con pennellate “linguistiche” colorite, ci presenta un borgo antico caratteristico, sprofondato nel verde della natura circostante, con le sue piccole casette raccolte intorno agli stretti vicoli dove giocano spensierati bambini, casette fatte “di antiche pietre scurite dal tempo”, eppure tanto care ai Casalini. I vigneti, gli alberi da frutta, i boschi di querce e di castagni, i pascoli, la natura aspra delle montagne circostanti hanno sempre affascinato in tutti i tempi i visitatori, come Alessandro Dumas nell’Ottocento, che i nostri due autori ricordano. Tra i numerosi visitatori della Presila, proprio nelle mie letture di questi giorni, ho incontrato un Leandro Alberti che, nel Cinquecento, nella sua “Descrittione di tutta Italia”, così si esprimeva: a “Robetto [Rovito], Celico, Spezzano maggiore, Spezzano Picciolo, Pedaggio e Pietra Fitta”, tutto era “cultivato et pieno di ogni maniera d’alberi fruttiferi con belle vigne che pareno tutti ornati giardini”.1
Quale contrasto tra la natura bella del paesaggio e i fatti di sangue che subito dopo sono descritti! Come mai alla sensazione piacevole che si ha, osservando il paesaggio, segue l’amarezza per i fatti subito dopo narrati? Io penso che gli autori ci vogliono far riflettere su quanto era precaria la vita dei nostri antichi progenitori.
Descrivendo inizialmente il delitto e rivelando subito il nome degli autori, alternando i commenti con le varie fasi istruttorie e processuali, come in alcuni famosi programmi televisivi di Rai Tre intitolati “Un giorno in pretura”, ci fanno quasi assistere visivamente – noi che siamo casalini conosciamo sufficientemente i luoghi - all’esecuzione dei delitti, alle dichiarazioni dei testimoni, alle definizioni delle prove; infine ci fanno amaramente riflettere sulle connivenze tra le istituzioni, vecchie e nuove, e i cosiddetti “cattivi”, alcuni dei quali, nonostante le evidenze, alla fine, non pagano per il male commesso.
Non è vero, quindi, che le cosiddette “microstorie” sono fatti isolati, separati dalla situazione culturale, sociale ed economica generale di un ambiente, di una comunità, di un popolo. Anche i piccoli accadimenti, i semplici fatti di cronaca ci aiutano a comprendere meglio la situazione generale; possiamo dire che le piccole storie sono il riflesso delle grandi storie e viceversa. Quanti, a livello accademico, cercano di costruire la storia generale di un popolo, non possono fare a meno di individuare e analizzare anche i più piccoli fatti, che ai profani possono sembrare insignificanti. Una piccola scintilla può causare un incendio; una piccola ribellione di un contadino o di semplice operaio contro la prepotenza di un padrone spesso ha dato l’avvio a un’insurrezione generale.
Macchia e gli altri casali presilani da secoli vissero una perenne arretratezza economica; a questa, nel periodo pre- e post-risorgimentale, si aggiunse, come non mai, una situazione politica caotica e disorientante. Le popolazioni meridionali, nella prima metà dell’Ottocento, sperimentarono il dominio francese e quello borbonico, i moti carbonari e liberali, le cosiddette guerre d’indipendenza, conobbero Garibaldi e infine l’Unità d’Italia. Solo pochi intellettuali, però, ebbero veri valori ideali di riferimento; la piccola borghesia e aristocrazia locale, che viveva soprattutto con un’agricoltura arretrata, fu pronta sempre ad adattarsi alla situazione politica nuova, appoggiando in modo gattopardesco il dominatore di turno e cercando così di proteggere le proprietà e i personali interessi economici.
La grande massa contadina era quasi interamente analfabeta e non aveva valori di riferimento; in genere non faceva altro che conformarsi alle decisioni spesso ambigue delle piccole autorità locali. Sfruttata da secoli, affamata e costretta a vivere di espedienti, spesso smarriva il senso morale della vita. A volte, dinanzi ai ripetuti capovolgimenti politici e alle false promesse dei nuovi dominatori, pensava che finalmente fosse giunto il tempo del suo riscatto sociale ed economico; alla speranza seguiva una disillusione amara, tragica e disperante: i casalini, allora, o piegavano il capo e accettavano la condizione precaria della loro vita o sceglievano la ribellione, la violenza e la vendetta, depredando, uccidendo e rimanendo uccisi senza alcuna remora morale.
Emblematico è il racconto di Giovanni Verga intitolato “Libertà”. Narra la vicenda tragica di contadini siciliani che, dinanzi all’avanzata vittoriosa dei Garibaldini, insorsero e gridavano “Viva Vittorio Emanuele! Viva Garibaldi! Viva la libertà!”. Quest’ultima parola, per loro, non aveva un significato ideologico, significava essenzialmente pane. L’assalto alle case dei baroni e l’uccisione, anche se crudele e feroce dei padroni, significava, per loro, meritata punizione per chi, con soprusi perpetrati da generazioni e generazioni nei loro confronti, li aveva sempre sfruttati. Le insurrezioni, come sappiamo, furono ferocemente domate dagli stessi garibaldini, con dure condanne ed esecuzioni capitali, e l’ordine baronale e borghese continuò a dominare sui villani dell’isola.


In  un  contesto  quasi  simile  vive  il  popolo  casalino.  E  in  questo  contesto  si possono inserire diverse microstorie, simili a quelle che i nostri due autori hanno sapientemente raccontato.

Mi rimane da fare un’altra piccola riflessione: come si presentava agli occhi della  povera  gente  la  chiesa  locale?  Perseguiva  l’obiettivo  dell’elevazione  sociale, morale  e  religiosa  della  popolazione?  I  sacerdoti  locali  si  adoperavano  per  dare qualche motivo di speranza e di fiducia ai poveri e bisognosi delle loro comunità? Oppure,  per  quieto  vivere  e  per  una  sicurezza  personale,  sostanzialmente  erano soltanto amici dei potenti di turno, pronti a difendere i loro interessi personali e a trascurare del tutto i loro doveri di religiosi?

Le  relazioni  sulle  visite  pastorali  e  il  carteggio  tra  la  popolazione  dei  paesi presilani e la Curia Arcivescovile di Cosenza, presenti nell’Archivio Diocesano, sono ricche di notizie sui nostri sacerdoti. I giudizi espressi su alcuni di essi rivelano spesso mediocrità morale e preparazione religiosa insufficiente. In particolare la comunità di  Macchia  ebbe,  nella  prima  metà  dell’Ottocento,  per  circa  quaranta  anni,  un sacerdote, a dir poco, dissoluto, almeno secondo i documenti da me consultati, che, anziché educare la gioventù del luogo ed essere di esempio, era motivo di sconcerto e di disorientamento, era l’espressione tipica di una Chiesa locale in crisi. Il conflitto tra questo sacerdote - imposto e mai rimosso, perché forse appartenente a qualche famiglia importante del tempo - e i cittadini di Macchia acuì e inasprì senz’altro lo stato  di  malessere  sociale  di  molti  giovani,  che,  senza  istituzioni  civili  e  religiose valide e operative, crebbero con un’idea della vita, considerata solo come una lotta dura e crudele tra uomini per la sopravvivenza.

Homo  homini  lupus  diceva  Plauto:  l’uomo  diventa  lupo  per  l’altro  uomo, quando  ha  fame  ed  è  privo  di  remore  morali;  Homo  homini  deus  est,  si  suum officium sciat diceva Cecilio Stazio: l’uomo è un dio per l’altro uomo se conosce il proprio dovere.

Leandro ALBERTIDescrittione di tutta ItaliaBologna 1550 p. 190 recto.




Recensione al libro "Briganti Casalini"

di Luigi Gallo

Macchia , frazione di Spezzano piccolo, è un ameno villaggio che conserva intatta  la struttura urbanistica del sette-ottocento: i palazzotti della piccola borghesia agraria e delle professioni si fondono armonicamente con le abitazione dei contadini e degli artigiani . Un villagg0 dove non sono visibili violenze edilizie e attraversare le sue stradine è come fare una passeggiata nel secolo XIX.  Abbandonata a pochi abitanti acquista un po’ di vitalità nei giorni di apertura della biblioteca Gullo, che ha sede nel palazzo di famiglia di Fausto Gullo, dirigente del partito comunista e ministro dell’agricoltura e della giustizia subito dopo la guerra nei governi di unità nazionale.
 Il silenzio e la quiete in cui Macchia è immersa rendono difficile  immaginarla   teatro di spietati assassinii in cui sono coinvolte da protagoniste delle  donne. A rivelarci la crudezza e la violenza che oltre un secolo e mezzo addietro dominavano la vita degli abitanti del piccolo casale di Cosenza è la lettura di Briganti casalini, un volumetto scritto da Peppino Curcio e Paolo Rizzuti pubblicato dalla Doxa editrice di Edoardo Zumpano.
Il testo assembla  due narrazioni: la prima, dal titolo Chi di gaccia colpisce…,è opera di Peppino Curcio ed ha al centro l’assassinio di Francesco de Cicco pensato e messo in atto da sua moglie Rosaria Arnone e dalla nuora Teresa Oliverio , che soffocano il povero uomo mentre dorme profondamente. La scena del delitto riporta alla mente Giuditta, che aiutata da una serva, taglia la testa ad Oloferne nel dipinto del Caravaggio; la seconda dal titolo Pagacota, è scritta a quattro mani, da Peppino Curcio assieme a Paolo Rizzuti ed ha come teatro il casale di Serra Pedace.  L’autore del delitto questa volta è un uomo, il brigante Vincenzo Marrazzo, che uccide a colpi di ascia, su istigazione di Carolina D’ Ambrosio, il factotum Francesco Piluso, detto Pagacota, per averle sequestrato, in quanto servente comunale, un maiale.
Peppino Curcio non è nuovo ad esperienze di scrittura: nel 2010 ha dato alle stampe  un fortunato libro, Ciccilla. La storia della brigantessa Maria Oliverio, del brigante Pietro Monaco e della sua comitiva. La brigantessa uccide a colpi di ascia, sua sorella Teresa Oliverio, che qualche anno prima aveva soffocato Francesco De Cicco. Entrambi i testi sono il risultato della curiosità e della passione che animano Peppino Curcio nella conoscenza delle vicende sociali e politiche della gente dei Casali. Entrambi i libri non sarebbero stati possibili senza la certosina fatica di ricerca negli archivi, nelle biblioteche pubbliche e private di documenti e testimonianze sulla storia sociale e politica dei Casali.  
Peppino Curcio volge una particolare attenzione a Macchia, non solo perchè sede della biblioteca Gullo , ma soprattutto perchè  luogo della vicenda della brigantessa Maria Oliverio e di suo marito, Pietro Monaco e di briganti le cui vicende aiutano ad intendere la  complessa esperienza dei  Casali cosentini. C’è, tuttavia, un altro luogo a cui va l’amore di Peppino Curcio : Pratopiano. E’ un luogo dell’anima sulla montagna silana  alle spalle di Pedace, dove suo padre Cesare Curcio, antifascista e comunista della prima ora, nascose Pietro Ingrao ricercato dai fascisti.
A Macchia e Pratopiano Peppino Curcio dedica gran parte del suo tempo, dei suoi propositi, del suo fare quotidiano e dei sui pensiero. La biblioteca Gullo, concepita come luogo non solo di ricerca, ma di promozione e iniziativa culturale, la storia del brigantaggio e la valorizzazione del paesaggio sono  passioni che nell’anima di Peppino Curcio si integrano e conciliano con la determinazione  di operare per fermare l’impoverimento ed il degrado dei Casali, facendo leva sulla cultura, sullo studio della storia e della bellezza della natura con la speranza per vederli rinascere.  Finalità per le quali vale la pena indagare, scrivere, lottare.


mercoledì 18 aprile 2018


INTERVISTA PER LA RIVISTA "CALABRIA NOI NEL MONDO"
(a cura di Flaviano Garritano)

Di recente avete realizzato un film sulla brigantessa Maria Oliverio alias Ciccilla, chi era? perché avete dedicato particolare attenzione a questo soggetto e non ad altri? Forse perché era del suo paese oppure questo personaggio riesce a rappresentare meglio questo fenomeno del brigantaggio.
Il motivo principale è quello di far conoscere un pezzo della nostra storia dei Casali che a quel tempo era molto nota e di cui se ne era persa la memoria fino al 2000. Anche noi recentemente, con incredulità, abbiamo scoperto che la storia di Ciccilla e di Pietro Monaco, all'epoca quando fu catturata e condannata, era conosciuta in tutta Europa. Conquistò le prime pagine di tutti i giornali non solo italiani, ma anche le prime pagine dei più venduti giornali francesi (come le Journal Illustré – una  sorta di precursore della Domenica del Corriere)  o inglesi (come il Manchester Post). E poi c’è Alexandre Dumas: chi si aspettava che la storia di un brigante e di una brigantessa casalini fosse raccontata sul “L’indipendente” in 7 puntate (tutte in prima pagina) dal più celebre dei romanzieri di ogni tempo. Mai, dopo di allora, i Casali di Cosenza ebbero un tale spazio sulla stampa.
Inoltre Ciccilla affascina perché è una di noi. Una persona normale, rappresenta una donna che viene travolta nel vortice sanguinario e corrotto del marito. Era assolutamente lontana da ogni violenza. Era molto povera, una cattolica praticante, buona, bella, spesso vittima delle violenze del marito. Così viene descritta dalle vicine di casa nei processi.
Dalle ricerche successive si intuiscono una serie di cose che ce la rendono ancora più simpatica. Probabilmente non riusciva ad avere figli. Un’onta per quei tempi. Tradita dalla sorella che viveva senza marito con tre bambini. Il sospetto che fossero i figli di Pietro Monaco è fondato perché il marito di Teresa non c’è, viveva da anni in Sicilia, lontano. E poi quel triste contratto firmato davanti al notaio Alfonso Gullo, tra il padre di Ciccilla e Pietro Monaco in cui, vista l’estrema povertà, il padre impegna la casa se entro cinque anni non riesce a pagare 100 ducati di dote.
Colpisce anche come l’esasperazione possa trasformare una persona normale in una sanguinaria brigantessa, una cavallerizza, una persona capace di rubare, uccidere, ricattare, sparare.
Quando l’associazione Prometeo88 mi propose di girare un film mi sembrava di realizzare un sogno. Come se dovessi materializzare quello che avevo solo immaginato. Accettai subito e stesi in poco tempo la prima sceneggiatura che fu necessariamente e concordemente stravolta dagli altri registi costretti a stare con i piedi per terra per l’esiguità del budget.
Peppino Curcio, storico, ha scritto molti libri e articoli sui briganti, ma da dove ha tratto questa passione per questi "briganti casalini"?
Chiariamo subito, sono laureato in Scienze Politiche e l’indirizzo di laurea non è quello storico, ma politologico. Ma già la mia tesi in Scienza dell’Amministrazione mi offrì la possibilità di un approfondimento storico che mi appassionò.
Contemporaneamente alla tesi aiutai mio zio, Pietro D’Ambrosio, a scrivere il suo libro sul brigante Pietro Monaco e sua moglie Ciccilla. Con mio zio è arrivata la passione per la ricerca storica e la conoscenza delle nostre radici. Ovvero guardare gli eventi storici ribaltando il modo di leggere la Storia partendo non dai grandi eventi, ma dalla nostra storia. L’unità d’Italia, i mille, il 1848, Napoleone, il risorgimento, la resistenza, il fascismo. Tutti macroeventi che se osservati da Cosenza o dai Casali o addirittura da casa mia, assumono un altro fascino e tutto diventa decisamente meno noioso.
Non ho poi scritto “molti” libri, appena due, o forse uno, perché il secondo, “Briganti casalini” si integra ed è un antefatto del primo.
Ma per scrivere “Ciccilla. Storia della brigantessa Maria Oliverio del brigante Pietro Monaco e della sua comitiva” ho dato l’anima. Ho frequentato., in circa 10 anni, e per decine di volte l’Archivio Centrale dello Stato di Roma, gli Archivi di Stato di Napoli (spesso anche inutilmente), Cosenza e Catanzaro; la biblioteche Nazionali di Napoli e Cosenza, la nostra Biblioteca Civica; anche l’archivio dello Stato Maggiore dell’Esercito ho frequentato molto spesso. Devo dire che se non avessi avuto la passione per la storia e l’indispensabile entusiasmo per la ricerca non avrei mai potuto mettere insieme l’enorme mole di foto digitali di fonti documentarie e riuscire a fare la sintesi che il mio libro rappresenta.
In particolare, chi erano questi "briganti casalini"?
L’aggettivo casalini, riferito ai briganti dei casali di Cosenza, non è inventato, ma l’ho spesso incontrato negli interrogatori dei processi. E’ curioso che questa identificazione precisa veniva da testimoni che provenivano da Acri, Luzzi oppure da Rogliano, ovvero appena fuori quel circuito di paesi che sono intorno a Cosenza, in particolare quelli che hanno alle spalle la Sila.
Nel libro “Briganti Casalini” si raccontano due vicende. Una è un antefatto del libro Ciccilla che approfondisce la storia della vittima di Ciccilla: la sorella Teresa. e scopro i motivi dell’odio che la portano a uccidere.
Alla seconda storia ho voluto dare per titolo il soprannome di una vittima dei briganti che spesso non vengono messi nella giusta luce: Pagacota. La vicenda è dedicata a uno dei briganti più violenti, Vincenzo Marrazzo Esposito. Si racconta la storia di un omicidio avvenuto prima che il brigante entrasse nella banda Monaco.
E’ interessante perché, in entrambe le storie, gli intrallazzi del potere che portano all’assoluzione dei colpevoli sono talmente evidenti e palesi da essere paradigmatici del clima che si respirava quando si unì l‘Italia e quanto erano condizionati quei giudici dei palazzi della giustizia di Cosenza e dei suoi casali.
Leggendo i suoi libri, frutto di meticolose ricerche, sembra di rivivere quei periodi ma vorremmo capire : Lei da che parte sta
La sua non è una domanda lecita, rappresenta quello che uno storico non dovrebbe mai fare, ovvero guardare un fatto con il metro di una parte politica. Uno storico dovrebbe sforzarsi di guardare in maniera oggettiva quello che le fonti primarie dimostrano. Il vero dramma dell’incomprensione e del mancato approfondimento del brigantaggio è proprio l’esigenza di stare da una parte. Come se si dovesse convincere qualcuno, o se si dovesse andare alle elezioni per votare un filo piemontese o un filo borbonico. Quindi spero di stare dalla parte della Storia e cerco di dare elementi, mostrare documenti e raccontare fatti per capire il brigantaggio e perché è esistito un fenomeno tanto pervasivo, complesso e violento.
Se in qualche tratto del libro posso aver dato una interpretazione di parte spero di averlo fatto in modo palese e chiaro dividendo le opinioni o le ipotesi dai fatti, in modo da lasciare ai miei lettori una libera interpretazione delle fonti documentarie.
Alcuni scrittori descrivono i briganti come eroi altri come feroci assassini; si leggono racconti di rapine, riscatti, omicidi ma la verità dove sta?
Ogni brigante ha la sua storia. Parteggiare per una parte politica provoca proprio quello che la sua domanda sottintende, ovvero considerare tutti i briganti da una stessa parte politica. Questo è palesemente falso. Monaco è prima filo piemontese, poi contro i patrioti e poi per conto suo. Nel suo caso, a seconda del periodo, è piemontese o antipiemontese o del tutto autonomo.
Schiere di neri briganti seguirono i mille, come schiere di briganti seguirono Borges prima che venisse ucciso a Tagliacozzo. Quindi la verità sta nella ricerca e nello studio delle fonti documentarie (come i processi), la verità è che la comprensione di un fatto implica una ricerca, uno studio e un approfondimento prima di dire se un brigante sta da una parte politica o è semplicemente un violento.
Ha dei libri in cantiere per il futuro oltre quelli che mi ha già accennato?
Da quando ho scritto Ciccilla non ho mai smesso di ricercare perché troppo grande è il non conosciuto e il non indagato di questo particolarissimo aspetto della storia cosentina. Con una differenza, rispetto al passato: ho l’aiuto e la collaborazione dell’amico Paolo Rizzuti con il quale condivido la passione, lo studio e la ricerca (e quindi si raddoppia la conoscenza). Con lui ho scritto Briganti Casalini e con lui scriverò il secondo volume e spero pure un terzo.
Il prossimo libro riguarda personaggi di quel periodo le cui storie chiariscono proprio quel che si è detto circa il parteggiare per una parte politica. In particolare il libro porrà l’attenzione verso un prete patriota e un parroco filoborbonico dei quali ho accennato in una scena del film Ciccilla.
Il primo è Don Michele Leonetti, patriota già vittima dei briganti, che segnala al maresciallo Fumel e fa arrestare 50 briganti di Serra Pedace, per questo verrà barbaramente ucciso con una fucilata in bocca da tre dei briganti che denunciò.
Il Parroco è, invece Don Bartolo D’Ambrosio un personaggio davvero sui generis. Rigidamente filo borbonico e antiunitario fu protagonista nel 1848 delle occupazioni delle terre in Sila (località Carlo Magno) usurpate dal barone e patriota Berlingieri. Comico e originale il suo atteggiamento politico durante il plebiscito del 1860 e le sue scaramucce con il patriota e garibaldino Giovan Battista Adami (una storia alla Guareschi, ma 100 anni prima). All’insediarsi del potere dei Savoia e in seguito a una rivolta borbonica fu arrestato e rinchiuso nelle carceri di Catanzaro per un anno, senza processo. Interessanti anche le relazioni con il brigante Giovan Battista Piluso alias Napulione, suo nipote, figlio della sorella Emanuella D’Ambrosio.
Il libro approfondirà anche un altro cruciale periodo. Con Paolo Rizzuti abbiamo approfondito e ricostruito quanto avvenne a Pedace, a Serra Pedace e a Iotta (altro casale dell’antica bagliva di Pedace) durante il cosiddetto “Sacco di Pedace” (così lo chiama un conosciuto saggio dello storico celichese Gustavo Valente) del 1806 e le relative storie brigantesche legate ai personaggi protagonisti di quei lontani eventi: come lo sconosciuto e sanguinario brigante RoccoAntonio De Luca o il celebre brigante (stragista si direbbe oggi) Giacomo Pisano alias Francatrippa (citato da Dumas, da Stendhal, ritratto da una pittrice francese dell’800, e da molti gli storici contemporanei), o come Lorenzo Martire protagonista della reazione borbonica del 1799 e dell’esercito della Santa Fede guidato dal Cardinale Ruffo e della conseguente guerra contro i francesi.
Un terzo libro, ancora nemmeno in cantiere, sarà quello degli ultimi capi briganti casalini: Giovanni Sijinardi di Pietrafitta e Giovanni De Luca di Pedace attivi in un’unica banda dal 1865 fino al 1876 (11 anni !?!). Su questa banda c’è un velo troppo fitto. Pochi processi, si intuiscono gravissime forme di repressione. Eppure è l’ultima banda. Si dice che Giovanni De Luca sia l’unico capo brigante che sia riuscito a scappare alla giustizia e a partire per l’America. Chissà se riuscissi a trovarne una traccia. Rimangono, infine, da indagare meglio i terribili briganti casalini che agirono nel lungo periodo dal 1820 al 1850. Dei briganti di questo lungo periodo conosciamo meglio Giosafatte Talarico perché ne parlò Nicola Misasi anche lui di Parenti come il brigante, ma c’erano tanti altri capi briganti ben più feroci e con più lunga carriera criminale: Magarò di Spezzano Grande (oggi “della Sila”), Papaianni di Serra Pedace, Coscarella alias Palumbo di Torzano (oggi Borgo Partenope), ecc ecc ecc. Tanti, troppi.
Quando è iniziato il fenomeno del brigantaggio e da chi è stato promosso o istigato nelle nostre terre?
Dumas, che conosce bene proprio i briganti casalini, dice che il fenomeno è endemico. Una grave affermazione, ma vera. Vuol dire che in ogni età qui ci sono stati briganti che in ogni tempo hanno condizionato il potere e le comunità di appartenenza. Un recente e bel libro “Il prefetto e i briganti” di Giuseppe Ferraro si fa una descrizione del paesaggio dei casali visto dal Prefetto Enrico Guicciardi. Accanto alla incredibile cura e bellezza dei luoghi, segnala il terribile clima di violenza al punto che le donne camminavano “attaccate” ai mariti per paura che subissero violenza.
C’è anche una celebre immagine nella Poesia di Padula “La notte di Natale” che descrive la Madonna nell’atteggiamento che Guicciardi descrive. La poesia dice “… toccapiedi allu vecchiottu, ppe lla strada spara e scura …” vuol dire che la Madonna veniva protetta da San Giuseppe camminandogli così vicino tanto da toccare con i suoi passi i piedi dell’uomo. Un clima di estrema violenza quotidiana generata da una condizione semplice per chi delinque: l’estrema facilità di sfuggire alla espiazione della pena. Avere un territorio alle spalle immenso e lontano da ogni comunicazione stradale aiuta non solo la latitanza, ma anche la nascita e la crescita del fenomeno del brigantaggio. Come lo stesso Misasi ci fa capire nel suo libro su Giosafatte Talarico i briganti latitanti hanno relazioni stabili con il potere e la comunità d’appartenenza anche per il semplice fatto che “gestivano” l’uso della forza in un territorio.
Restando su Padula, sul giornale da lui diretto, “Il Bruzio”, si chiese e scrisse come mai Francesco Martire (a quel tempo amministratore dei beni del barone Berlingieri e direttore del giornale “Cronache di Calabria” e negli anni successivi sindaco di Cosenza e ministro) non avesse mai subito un’aggressione, un furto, uno screzio da parte del brigante Pietro Monaco. Per questa “illazione” subì un processo per calunnia e dovette chiudere “Il Bruzio”. Ma aveva ragione da vendere.
L’endemicità crea una serie di condizioni di convivenza, di interrelazioni tra la comunità e chi è bandito, brigante o “fuoriuscito” (termine con cui efficacemente venivano chiamati i briganti). Sappiamo che erano i briganti a portare il santo patrono nelle processioni, che la Madonna del Carmine era la loro protettrice, che alcuni mestieri come il carbonaio comportava relazioni molto strette con i fuoriusciti (e questo spiega perché a Serra Pedace, paese con molti carbonai, ci fossero molti briganti). Un'altra conseguenza dell’endemicità del fenomeno sono le relazioni parentali tra briganti: si sposavano tra di loro. Ho ritrovato, addirittura, una lontana relazione parentale tra Giacomo Pisano Francatrippa e Pietro Monaco. Come appare curioso che il vestito dei briganti fosse nero, uguale nei decenni, come una divisa (e questo sì, vale per tutti i briganti), ci si vestiva da briganti. Discorso da approfondire riguarda gli “stili”, cioè i pugnali dei briganti, alcuni indizi portano a credere che erano distinti a seconda dell’importanza del brigante all’interno della stessa banda.
Oggi, sorge spontaneo a noi lettori chiederci se questo fenomeno si sia esaurito o ha cambiato nomi e vesti storiche?
No. Non c’è nulla di simile oggi. Credo che il brigantaggio sia stato un fenomeno che si è ancora lontani dal coglierne la portata. Erano in relazione con il potere e nello stesso tempo lupi, uomini con una relazione simbiotica con la natura, le montagne e il paesaggio. Il romanticismo/verismo con cui Nicola Misasi guarda ai briganti è più che giustificato, pur se non ha nulla di storico. Per in grande scrittore (aspetto una sua rivalutazione) la Sila senza i briganti era come la notte senza le stelle. Misasi considerava i briganti dei Robin Hood si sforzava di trovare angoli di bontà inventandosi storie inverosimili. Forse le organizzazioni mafiose si avvicinano a quel mondo quando in alcune zone, come i briganti, hanno il monopolio dell’uso della forza e della violenza in sostituzione dello Stato. Ma nulla di paragonabile.
Chi vuole conoscere e studiare questo periodo storico da dove può iniziare i suoi studi?
Credo che pochi siano i libri che possano aiutare davvero a capire. Le cosa da esplorare sono troppe. Consiglio un semplice manuale di Storia che inquadri il periodo e che dia le basi su come ricercare per capire cosa sono le fonti primarie e quelle secondarie e che cos’è la Storia.
Se lo studioso è calabrese gli chiederei di partire dal suo cognome o dal cognome della madre, delle nonne e dei nonni e cominciare a indagare se tra i propri parenti ci siamo briganti o vittime di briganti. Poi andrei all’archivio di Stato di Cosenza o di Catanzaro (il fondo dei processi si trova a Lamezia Terme) e cercherei delle corrispondenze nelle banche dati (digitali o cartacee) che gli archivi forniscono. Moltissimi troveranno che i propri parenti furono coinvolti in vicende brigantesche. Poi lasciare le curiosità invada i loro cuori. Agli altri consiglio di approfondire la storia di un qualsiasi capo brigante e ricercare, leggere e trascriverne i processi e cominciare dai fatti descritti a indagare tutte le relazioni possibili soprattutto con il territorio, i potenti del tempo, le case dove abitava, i luoghi dove furono commessi i delitti e squarciare sempre più quel velo che si sta aprendo sempre più.
Le pongo un'ultima domanda . Mettiamo il caso che Lei domani mattina si alza e si trova nel 1860, nel mezzo di una battaglia tra i Borbone e i Savoia: quale brigante vorrebbe essere, perchè in fondo penso si sente anche tale oggi, e chi difenderebbe o meglio chi combatterebbe?
Da quanto ho detto fin ora avràcapito che non ho trovato briganti buoni con cui identificarsi. Ma tra i tanti uno che mi è sembrato il più simpatico è un prete di Perito, si chiamava Raffaele De Marco, che nel 1848 per stare dalla parte dei contadini e per l'unità d'Italia, si spoglia della tonaca, si veste da brigante e, al suono del tamburo, alla testa di 200 pedacesi occupa le terre a Lorica, proprio dove oggi c'è il lago Arvo.